Da mercanti a prestatori di denaro

 

Se vogliamo esaminare le origini e l'evoluzione del processo per cui gli Ebrei da mercanti, commercianti, o persone dedite ad altre attività, si trasformarono in prestatori di denaro, non si deve tanto tener conto della situazione economica, quanto delle forme in cui si erano cristallizzate le concezioni religiose sia degli Ebrei sia dei cristiani sulla liceità del prestito ad interesse. Come nota il Capitani (15), nel Medioevo « il denaro non è ancora visto come merce di scambio universale, atta quindi ad essere data quale contropartita di qualsiasi prodotto (donde la sua preminenza sulle altre merci), ma semplicemente come mezzo di misura del valore » : all'interno di questa concezione, che non riusciva a cogliere il significato del prestito di una somma dietro corresponsione di un compenso l'interesse era visto come una richiesta ingiusta ed ingiustificabile. Numerosi studiosi si sono interessati del problema dell'usura nel medioevo (16), la distinzione fondamentale cui sono giunti è quella fra teoria del «giusto prezzo », cioè del 'prezzo di mercato, soggetto, perciò, a tutte le variazioni che tale prezzo subisce nel gioco della domanda e dell'offerta', applicabile alle transazioni commerciali dei normali beni di consumo, e teoria dell'usura, non direttamente ricollegabile a quella del « giusto prezzo », proprio per il valore che si attribuiva al denaro, come prima accennato. Le due teorie avevano però dei fondamenti comuni, rappresentati (17) dalla aequitas, già tipica del diritto romano, e della charitas, innovazione della società cristiana. A questo proposito è interessante notare come in tutta la trattatistica medioevale si ricorra appunto a motivazioni di tipo teorico, quale ad esempio l'impossibilità della 'vendita del tempo' o ad interpretazioni di frasi bibliche, quali la celebre « Mutuum date, nihil inde sperantes », tratta dal vangelo di Luca, per porre un divieto assoluto alla richiesta di un qualunque interesse nel caso di prestito di denaro.

Da parte ebraica invece il prestito era conosciuto fin dai tempi più antichi: non era in genere ammesso che avesse luogo tra Ebrei, ma veniva consentito nei confronti di altre persone.

La Chiesa, che nei canoni dei concili e nelle bolle papali, ribadiva tale divieto nei confronti dei cristiani, sia laici sia ecclesiastici, non si pronunciò mai chiaramente riguardo alla liceità del prestito ad usura da parte ebraica; in pratica il Concilio Lateranense del 1215, vietando agli Ebrei di percepire « usure gravi ed immoderate » (18), diede adito ad una interpretazione in senso permissivo.

Vi è poi da notare che i Comuni non sempre osservarono le direttive della Chiesa chiamando presso di loro persone che illegalmente si dedicavano a tale occupazione; furono dapprima prestatori cristiani (i cosiddetti lombardi o toscani) i quali, arricchendosi, poterono dedicarsi a finanziamenti di commerci

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(15) O. CAPITANI, L'etica economica medievale, Bologna, 1974, pp. 25-26.

(16) J. T. Noonan, The Scolastic Analysis of Usury, Cambridge, Mass., 1957 - 0. CAPITANI, La venditio ad terminum nella valutazione morale di S. Tomaso d'Aquino e di Remigio de Girolami, in « Bollettino dell'Istituto storico Italiano per il Medio Evoʻ «LXX, 1958, pp. 293-363 - T. P. McLAUGHLIN, The Teaching of the Canonists on Usury, in << Mediaeval Studies » I, 1939, pp. 81-147 ; II, 1940, pp. 1-22 - A. SAPORI, Studi di storia economica (sec. XIII-XIV-XV), Firenze, 1955.

(17) O. CAPITANI, op. cit., p. 32. (18) A. MILANO, op. cit., p. 111.


1 commento:

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