MICHELA STIFANI (Insula Fulcheria 2006)

 MICHELA STIFANI

ASPETTI E MOMENTI DELLA PRESENZA EBRAICA A CREMA NELLA SECONDA METÀ DEL  QUATTROCENTO

Crema, lembo occidentale del ‘serenissimo’ dominio, ospitava nella seconda metà del Quattrocento una comunità ebraica consistente [1], dinamica e con una solida identità culturale. Questo ritratto emerge da un corpus di documenti inediti che ritrae gli ebrei cremaschi in atteggiamenti quotidiani come affittare una casa, firmare una carta di prestito, o prendere in moglie una donna; esso svela inoltre il sito del cimitero ebraico di Crema.

La comunità ebraica di Crema viveva nella seconda metà del Quattrocento una stagione di prosperità e sviluppo, e insieme di crescente incertezza per il proprio futuro. Le ragioni che contribuiscono a spiegare quest’apparente contraddizione sono state indagate da Giuliana Albini in uno studio del 1975, e di quegli anni è anche una tesi di laurea sullo stesso argomento [2]. Questi lavori seguono la crescita e il declino della comunità ebraica di Crema fino alla fine del secolo, appoggiandosi ad una tipologia di fonti –  lettere ducali e deliberazioni del Consiglio generale del comune di Crema –  che, proprio per la loro qualità pubblica, consentono di ricostruire la trama complessa dei rapporti tra il comune e la ‘nazione’ ebraica residente entro le mura.

Quello che presento in questo articolo è invece un altro volto della presenza ebraica a Crema, delineatosi all’ombra dell’ufficialità e complementare al primo: è l’immagine di una comunità che sullo scorcio del Medioevo vive, lavora e discute entro la cornice urbana, e a dettagliarla è un nucleo di atti notarili che restituisce – talvolta con particolare vivezza, altre volte in modo appena accennato – la dimensione quotidiana dell’esistenza di un gruppo di uomini e donne accumunati dalla stesso credo [3]. Gli avvenimenti indagati si collocano tra la metà del Quattrocento (epoca delle prime attestazioni degli ebrei cremaschi) e il 1492, l’anno in cui vide la luce il locale Monte di Pietà, e che chiude in qualche modo il sipario sul primo atto della vicenda ebraica a Crema.

1. La comunità ebraica dal dominio milanese alla nascita del Monte di Pietà [4]

Quando i banchieri ebrei Leo, Salomon, Joseph e Bonaventura firmavano con le autorità locali la condotta del 1450 [5], il comune di Crema era entrato da pochi mesi nel dominio veneziano. Solo il 20 settembre dell’anno precedente, infatti, i notabili cremaschi avevano trattato col doge la resa della comunità, inaugurando quella fisionomia particolarissima di terra di confine – tra il governo di san Marco e quel- lo di Milano – che avrebbe contraddistinto Crema attraverso i secoli.

Tra le condotte cremasche note, tutte databili alla seconda metà del Quattrocento, i capitula ebreorum del 1450 si presentano come i patti più liberali nei confronti degli ebrei per la ‘sostenibilità’ delle condizioni che regolavano la loro presenza ‘particolare’ all’interno della comunità cittadina. Un tasso di interesse del 30 per cento e garanzie di vario tipo assicuravano infatti i banchieri contro i rischi connessi all’attività di prestito, e insieme promettevano loro larghi margini di guadagno. I prestatori, e di riflesso la comunità dei correligionari che si era costituita attorno a loro, erano esentati dal pagamento di tasse e balzelli, limitandosi a corrispondere al comune un censo annuo di 60 lire imperiali. I giudei potevano inoltre onorare il loro culto in sinagoghe e possedere un terreno in cui seppellire i propri morti; particolari condizioni consentivano poi di acquistare a prezzi equi la carne casher – vale a dire preparata secondo le norme igieniche della macellazione rituale ebraica [6] – mentre nessuno poteva imporre loro segni distintivi [7] in aggiunta a quelli della località di provenienza. In cambio i prestatori ebrei mettevano il loro denaro a disposizione del comune a condizioni agevolate, oltre a soccorrere la popolazione nelle necessità più varie [8].

Considerare le aperture inscritte entro i patti del 1450 aiuta a valutare la climax ascendente delle pretese del comune verso i suoi speciali ‘ospiti’ fino alla fine del secolo. Si potrebbero inseguire i mutamenti di questa complessa relazione di decennio in decennio attraverso le condotte successive, ma di là dai dettagli importa qui sottolineare una linea di tendenza di lungo periodo che trova piena espressione nei patti del 1489. A firmare questi capitoli erano stati Leo quondam Bonaventure, che aveva come soci Joseph e Leo quondam Salomonis quondam Lazari, e Jsach quondam Moisi de Candia, i cui soci erano Jsach e Leo de Feraria [9]. I patti guadagnavano finalmente alle autorità cremasche la riduzione al 20 per cento del tasso di interesse sul mutuo giudaico, prescrivevano per tutti gli ebrei l’obbligo di esibire il segno distintivo, e contemplavano misure restrittive intorno alla distribuzione della carne casher [10]. I capitoli degli anni Novanta registravano tuttavia un cambiamento di pro- spettiva ancor più rilevante: essi stabilivano, come i patti del decennio precedente, che la licenza ufficiale accordata agli ebrei non era più di mutuare a usura, ma, ancor prima, di stare ec habitare cum eorum familiis […] in terra Creme [11]. Questa condizione apriva la strada ai provvedimenti di espulsione che di lì a poco sarebbero stati votati nella sala del Consiglio generale del comune di Crema [12].

Quarant’anni, dunque – quelli che separavano la condotta del 1450 dai patti degli anni Novanta – avevano scavato un solco profondo nelle coscienze, e mutato atteggiamenti di disponibilità in segnali di chiusura verso gli ebrei. A spiegare questo stato di cose era anzitutto la presenza a Crema – intuibile sulla scorta della documentazione fin dagli anni Settanta – di un gruppo di ebrei che spendeva le proprie energie in imprese mercantili, o comunque in attività diverse da quella di prestito. È da credere che questi individui, che godevano solo di riflesso dei privilegi delle condotte stipulate a beneficio dei banchieri, vantassero in realtà una posi- zione economica e sociale affatto paragonabile alla loro, con la capacità, per giunta, di sottrarsi più facilmente ai controlli e alle pretese delle autorità; fatto del tutto inaccettabile per il comune [13]. Occorre poi considerare che giungevano a maturazione in quegli stessi anni i frutti della campagna anti-feneratizia intrapresa dall’or- dine dei frati minori per affermare il proprio modello solidale di società; una propaganda che non rinunciava talvolta a forti accenti antiebraici. Il punto più alto di questa elaborazione intellettuale, e insieme la proposta più efficace sul piano operativo, era stato il Monte di Pietà, che a Crema era sorto nel 1492 [14].

Se in questo clima è facile comprendere il mutato atteggiamento delle autorità nei confronti degli ebrei presenti entro le mura, non altrettanto perspicuo risulta quello della gente comune. Ebrei e cristiani vivevano insieme, si mescolavano nella stessa piazza e si affaccendavano intorno alle stesse botteghe. Per loro la vita quotidiana moltiplicava le occasioni di incontro e dava luogo a una reciprocità di rapporti informati alla consuetudine, che finiva spesso col confondere ruoli e differenze.

2. La ‘nazione’ e le ‘nazioni’ ebraiche a Crema

Un insediamento collocato in una zona strategica, che metteva a disposizione dei suoi abitanti un vasto mercato affacciato a un tempo su due fronti – quello veneziano e quello milanese –, e offriva ai perseguitati dalla giustizia una rapida via di fuga in caso di pericolo [15]: così doveva presentarsi Crema agli occhi degli ebrei di varia provenienza che la scelsero come luogo dove stabilirsi nella seconda metà del XV secolo. Qui essi diedero vita a una comunità tutt’altro che omogenea dal punto di vista del rito e delle origini, anche se con alcune identità ben riconoscibili al suo interno.

La comunità ebraica si costituisce di norma attorno al banchiere che la precede sul territorio stipulando i patti con le autorità locali; si può ritenere allora che egli ne rifletta le origini e il senso di appartenenza a una determinata koinè, anche quando essa va arricchendosi nel tempo di nuovi elementi di differente provenienza. 

Se ciò è vero, se in altre parole il ruolo preminente che il banchiere riveste nella comunità esprime il gruppo dominante al suo interno, si può dire che tra gli anni Cinquanta del Quattrocento e la fine del secolo a Crema prevalse la componente ebraica di area tedesca. Ne sono un esempio gli stessi intestatari della condotta del 1450: Leon quondam Vidal de Alamania, Salomon quondam Lazari de Alamania, Iosep quondam Hebrahe de Alamania e Bonaventura quondam Moisi [16]. Ma la presenza tedesca era a sua volta ulteriormente articolata: era proprio la lontana origine askenazita, infatti, ad accomunare questi ebrei ai correligionari Isacco di Mosè di Candia e Giulio di Abba del Medigo di Candia, i prestatori documentati per la prima volta a Crema rispettivamente nel 1464 e nel 1490 [17]. Come si vedrà, a Candia, città dell’isola di Creta, era attivo un gruppo di ebrei askenaziti che aveva esteso i propri interessi sulla Terraferma veneta, da dove aveva preso a operare. Da Spira, de Alemania è detto ancora quel Viviano del fu Samuele che nel 1487 aveva versato per la dote della figlia Lucrezia la ragguardevole somma di seicento ducati, dono di nozze che doveva rifletterne bene il rango e la posizione all’interno della comunità [18].

Se la componente tedesca fu consistente ed ebbe il ruolo più cospicuo all’interno della comunità ebraica cremasca, non mancarono tuttavia ebrei di origine francese. Tra loro si annoveravano esponenti della prestigiosa famiglia Galli di Vigevano, come Salomone di Aronne – che nel 1492 aveva preso in moglie la citata Lucrezia da Spira19 – e Salomone di Mosè da Vigevano, con tutta probabilità uno degli imputati nel processo intentato nel 1488 da Ludovico il Moro contro alcuni ebrei del Ducato di Milano, accusati di fare uso di scritti contrari alla religione cristiana [20]. È possibile che Salomone avesse riparato a Crema proprio in seguito all’espulsione degli ebrei dal dominio comminata dalla giustizia milanese a conclusione del processo; è qui che Salomon quondam Moisi de Vigeveno, di cui si dice nunc degens Creme [21], compare nel 1489 nella veste di testimone all’estinzione di un debito.

Alla variegata composizione della comunità ebraica di Crema però contribuirono, in misura ridotta ma significativa, anche ebrei provenienti dall’Italia centro-meridionale. Risale all’ultimo quarto del XIII secolo l’irradiazione degli ebrei romani verso i territori delle attuali Umbria, Marche, Romagna ed Emilia, dove i banchieri erano stati invitati con i loro capitali ad esercitare il prestito su pegno. La diffusione della corrente ‘romana’ non si era fermata tuttavia in quest’area, tanto che un secolo dopo i discendenti di questi stessi ebrei avevano cercato di estendere i propri interessi al basso Veneto, a città come Padova e Vicenza e, nel farlo, avevano valutato con attenzione le possibilità offerte dalle nuove sedi [22]. Crema, proprio per la sua fisionomia di terra di confine, doveva rientrare nelle congetture di questi banchieri e perciò essere inserita a buon diritto nel loro itinerario verso il nord della penisola. Nel 1464, dopo alterne vicende con la giustizia ducale milanese, era così approdato a Crema Angelo da Cesena [23], mentre intorno al 1482 era la volta di Mosè di Lipomanno di Parma [24]. Isacco di Ferrara del fu Maer Levi è invece documentato per la prima volta a Crema nel 1487, dove era giunto dopo aver consolidato la propria posizione economica nella gestione del banco di Como [25].

Ad un’attenta analisi il gruppo ebraico di Crema non si presenta, dunque, come un corpo uniforme e indistinto dal punto di vista delle origini, ma rivela piuttosto una estrazione composita a partire dai vertici della comunità. Accanto ai banchieri di derivazione askenazita, che si ponevano come garanti della comunità e custodi dei valori dominanti perseguiti al suo interno, affioravano anche individui di rito romano ed ebrei di origine francese, che, pur non intaccando il ‘primato’ tedesco, arricchivano il sostrato culturale del gruppo ebraico cittadino. Una situazione del genere, come sempre avviene nelle società caratterizzate da un certo livello di sviluppo, doveva aver avuto anche un aspetto problematico, ponendosi come fonte di tensioni tra ‘nazioni’ diverse all’interno della medesima ‘nazione’ ebraica. Talvolta, per converso, aveva sigillato unioni frutto di calcoli di opportunità tradotti in strategie matrimoniali di vasto respiro, come nel caso delle nozze tra Salomone di Aronne Galli e Lucrezia da Spira, rampolli di due illustri famiglie di diversa tradizione ebraica [26].

Si può concludere che l’articolata presenza ebraica a Crema appariva attraversata da almeno due direttrici: una, che agiva in senso per così dire ‘verticale’, era orientata dal censo degli individui e andava a tracciare ruoli e funzioni all’interno della comunità; una seconda operava invece in direzione ‘trasversale’, ed era incardinata sul fattore ‘etnico’, che evidenziava ulteriori distinguo dal vertice alla base della struttura sociale. Queste due direttrici, interagendo, realizzavano solidarietà o marcavano distanze ad ogni livello del vivere quotidiano.

3. Crema, terra di confine per uomini e capitali

Crema appare dunque inserita entro circuiti di interessi che si estendevano ben oltre i confini della Repubblica di Venezia. La circolazione dei capitali sembra anzi assi curata già dalla condotta del 1450, che poneva significative garanzie a tutela delle relazioni finanziarie tra i banchieri cremaschi e i correligionari che abitavano al di fuori del ‘serenissimo’ dominio [27]. Nel 1476, ad esempio, Isacco e Abramo [28] di Crema erano debitori di Benedetto di Como, le cui difese erano assunte dal duca di Milano, che scriveva personalmente al podestà di Crema perché si adoperasse nel recupero del credito di Benedetto [29]. Pochi giorni dopo un certo Abramo di Crema – forse lo stesso debitore di Benedetto di Como – veniva arrestato a Lodi, dove era fuggito a causa di alcune pendenze; tra esse figurava anche il debito nei confronti di un ebreo i cui interessi erano protetti questa volta dal duca di Ferrara [30], circostanza che lascia supporre il possesso da parte di Abramo di capitale proveniente anche dalla signoria estense. Un documento del 1491 informa, infine, che il banchiere cremasco Isacco era debitore dell’ebrea cremonese Floria; la donna in quell’anno autorizzava il marito Angelo ad adire le vie legali per la riscossione di alcuni suoi crediti, tra i quali, appunto, quelli vantati nei confronti del prestatore di Crema [31].

D’altra parte i banchieri ebrei di Crema concedevano a loro volta denaro in prestito a correligionari che vivevano al fuori del dominio veneto. Tra i casi documentati vi è quello di Isacco di Mosè di Crema, che nel 1476 esibiva dei diritti finanziari nei confronti dell’ebreo cremonese Giacobbe, conosciuto come Compino [32]. Più articolata la vicenda di Moses di Castelleone, detto Angelo; questi nel 1478 invocava l’intervento del duca di Milano perché lo aiutasse a recuperare un credito di sedici ducati vantato nei confronti della comunità di Castelleone [33]. Per dimostrare l’esistenza del suo diritto, Angelo faceva riferimento al debito a sua volta contratto con un ebreo di Crema, il quale, secondo la sua testimonianza, gli aveva anticipato la somma da lui poi concessa in prestito.

Tornando ai capitoli del 1450, le autorità si erano spinte ben oltre l’affermazione della facoltà di contrarre debiti o crediti al di fuori della Repubblica di Venezia. Più precisamente i prestatori non avrebbero potuto essere ostacolati, né molestati pro eo quod haberent societatem mutuandi cum talibus ebreis habitantibus in terris dictorum dominorum facientium guerram contra illustrissimam ducalem dominationem Venetiarum, vel contra terram Creme [34]. 

Il che equivaleva a dire che i banchiei cremaschi erano liberi di costituire società con i correligionari anche sulle lunghe distanze. L’episodio più significativo a questo proposito è quello di Isacco del fu Maer Levi di Ferrara, che, riconosciuto come habitator Creme nel 1487, stipulava in quell’anno un contratto con Salomone di Anselmo Levi, abitante a Gavi. L’accordo prevedeva la cessione da parte di Isacco della sua quota di partecipazione al banco di Como per un periodo compreso tra il giugno 1487 e l’ottobre 1491 [35]; dall’atto emerge che Isacco aveva a suo tempo ottenuto la stessa quota dall’ebreo di Como Mandolino del fu Mandolino. Il fatto non è irrilevante poiché un banchiere ebreo di nome Benedetto di Mandolino risulta essere stato attivo proprio a Como dal 1459, ed è altamente probabile che il padre di costui fosse la stessa persona entrata in affari con Isacco Levi [36]. Se questa congettura fosse esatta, si dovrebbe ammettere che Isacco proveniva effettivamente da Como, che aveva una partecipazione nel banco più importante della città e che ora, spostatosi a Crema, trasferiva pro tempore il baricentro dei propri interessi nella bassa padana con la cessione della sua quota a Salomone di Anselmo Levi. La presenza di Isacco a Como e gli stretti contatti con Benedetto di Mandolino sarebbero del resto confermati dal fatto che nel 1478 egli era stato l’arbitro della controversia sorta tra Gentile, vedova di Benedetto, ed i suoi cognati [37]. Di più, una volta a Crema, Isacco aveva firmato la condotta del 1489 divenendo socio di Isacco di Mosè di Candia e di Leone di Ferrara nella gestione di uno dei due banchi della comunità [38]; già nel dicembre dell’anno successivo, tuttavia, egli si era fatto sostituire in quegli stessi patti da Giulio di Abba di Candia [39]. Non sono note le ragioni di questo cambiamento, ma ad esso non erano forse estranei gli interessi che Isacco Levi manteneva oltre le mura di Crema; quel che è certo è che Isacco non era affatto intenzionato a perdere la ‘postazione’ comasca, che era anzi pronto a recuperare nell’ottobre 1491.

La condotta del 1450 non favoriva soltanto la circolazione dei capitali, ma anche degli uomini ad essi legati, facendo dei moventi finanziario e commerciale i principali stimoli alla mobilità ebraica cremasca, almeno ai vertici della comunità [40]. Uno dei casi più notevoli per gli anni seguenti è quello di Leone di maestro Bonaventura Ulivo, che da Brescia giungeva a Crema nel 1478, cominciava a prestare accanto al suocero Salomone di Germania, per diventare a sua volta intestatario della condotta nel 1489 [41]. Proveniva invece da Padova il facoltoso Giulio del fu Abba del Medigo di Candia, che, come si è appena visto, subentrava nel 1490 a Isacco Levi nei patti appena rinnovati. Nel 1491 però Giulio era ancora detto habitator Padue, fatto che si spiegherebbe solo ammettendo che l’ebreo gestisse il banco di Crema da lontano, recandovisi di tanto in tanto per regolare i propri affari [42].

Candia, località dell’isola di Creta, era una remota contrada d’oltremare sottoposta al governo di Rialto, dove era attivo un gruppo di ebrei askenaziti che sovente estendeva i propri interessi alla Terraferma veneta. È nota, a partire dall’inizio del Quattrocento, la significativa concentrazione di ebrei candioti a Padova [43], da dove proveniva ad esempio Giulio del fu Abba del Medigo e, con tutta probabilità, anche il più volte citato Isacco di Mosè di Candia, intestatario delle condotte cremasche dell’ultimo trentennio del secolo [44]. La scelta da parte di Isacco del suo partner finanziario proprio in Padova –  non si dimentichi infatti che Giulio aveva preso il posto di Isacco Levi nella condotta degli anni Novanta, divenendo socio di Isacco di Mosè di Candia e Leone di Ferrara – sembrerebbe confermarlo, oltre a testimoniare l’esistenza di rapporti di solidarietà forti nel seno dello stesso gruppo ‘nazionale’.

La circolazione degli uomini seguiva però anche le vie del commercio. Proprio i traffici sembrano essere stati all’origine dello spostamento verso Lodi dell’ebreo cremasco Giuseppe, che nell’ottobre 1454 era in procinto di ottenere dal locale luogotenente il diritto di trasportare sei carri di vino in città, dietro ingiunzione dell’autorità ducale [45]. Sicuramente commerciale era del resto l’interesse che nel 1484 spingeva Leone di Bonaventura Ulivo a chiedere ed ottenere dal duca un salvacondotto di due mesi per andare e venire liberamente da Crema a Venezia insieme ai collaboratori Falcone ed Abramo, così a cavalo como a pede cum omne sue arme fardelli robe mercantie [46]. Motivi analoghi, infine, porteranno nel 1490 a Crema l’ebreo Isacco, marito di Sara di Piacenza, che vi si recherà per rivendere lì certe sue merci di seconda mano [47].

Di là dal movente economico, se la documentazione consente di ricostruire entro certi limiti la trama complessa degli spostamenti degli ebrei verso Crema, non sempre rende conto della varietà delle motivazioni che li produssero. La forte mobilità degli ebrei appare del resto già assecondata nella maniera più ampia dai patti del 1450, che assicuravano ai banchieri la facoltà di accogliere in casa propria correligionari provenienti da altre località [48]. Nel tempo la comunità ebraica di Crema si era così arricchita di elementi che vi erano affluiti anche dalle regioni orientali del dominio veneto, dove il nucleo ebraico di origine askenazita continuava ad assestarsi dando luogo a rinnovati movimenti migratori verso le città padane. Crema, esattamente al centro della Pianura, accoglieva in quegli anni Salomoncino Michele da Trivisio ebreus de Zentilibus filiis, che nel 1485 risultava intestatario di un contratto di locazione per una casa di proprietà di un cremasco [49]. È detto invece originario di Porcilia, patrie Fori Julli (l’attuale Porcia, in provincia di Pordenone) quel David del fu Bonaventura ebreo abitante a Crema, che nel 1489 riceveva due ducati da Viviano del fu Servadio, sempre residente a Crema, e a sua volta detto de Porto Buffole de Tarvisio [50]. Non è chiaro se Viviano provenisse da Portobuffolè (ora in provincia di Treviso), o piuttosto dalla lontana Tarvisio (in provincia di Udine); è possibile però che Portobuffolè fosse la località di immediata provenienza dell’ebreo, mentre Tarvisio il luogo in cui la sua famiglia doveva aver vissuto ai tempi del padre Servadio. Nel documento è precisato che Viviano versava il denaro a David a saldo del debito con lui contratto dal defunto padre Servadio; si può allora pensare che creditore e debitore si conoscessero già dai tempi del loro precedente insediamento patrie Fori Julli, e che le rispettive famiglie avessero poi scelto nei loro spostamenti un itinerario forse comune a quei tempi, che, partendo dal Friuli e attraversando il basso Veneto, giungesse fino alla Pianura padana, e in particolare a Crema. L’ipotesi sembrerebbe confermata da una procura del 1491, nella quale Viviano è detto ebreus quondam Servadio de Foroiullii, olim habitans Portus Buffole, nunc autem ressidens Creme[51].

Il flusso degli ebrei che abitarono a Crema si dirigeva tuttavia anche oltre le mura. 

Del tutto deciso a stabilirsi a Cremona sembrava Viviano David di Crema, che nel 1457 aveva ottenuto dal duca di Milano il permesso per risiedere in città [52]. 

Nel maggio 1488 risulterà ormai a Cremona anche l’ebreo cremasco Isacco, già ribattezzato col nome cristiano di Giovanbattista [53]. 

Se Cremona distava da Crema non più un giorno di cammino, decisamente più avventuroso doveva essere stato l’itinerario percorso in quegli stessi anni da Viviano da Spira verso il meridione d’Italia. L’ebreo nel 1487 si trovava ancora a Crema, dove aveva versato la dote di seicento ducati nelle mani di Salomone Galli, promesso sposo della figlia Lucrezia; ma quando, a cinque anni di distanza, quest’ultimo prendeva in moglie la ragazza, Viviano era già detto nunc habitator in Apulia [54].

Se non è sempre facile desumere la fenomenologia degli spostamenti da e per Crema, c’è però una qualità di flussi ben riconoscibile accanto a quella che seguiva le vie dei capitali e delle merci. Si tratta della strada percorsa dai perseguitati dalla giustizia, una strada che correva vantaggiosamente lungo il confine tra una giurisdizione e l’altra. Proprio alla giustizia ducale sembrava voler sfuggire Samuele di Castelleone (nel Ducato di Milano), che nel 1454 era detenuto in stato d’arresto dal provveditore di Crema; a lui il duca di Milano aveva chiesto di consegnare il fuggiasco alle autorità di Castelleone, trattandosi di un caso di loro competenza [55]. Nel 1457 fuggiva da Cremona per Crema portando con sé buona parte dei suoi averi anche Mercadante [56]; ed era ancora il timore di essere arrestato dagli ufficiali milanesi a spingere qualche anno dopo in questa sorta di zona franca, sottoposta alla giurisdizione veneta, Angelo da Cesena, proveniente da Gravedona (nell’Alto Lario) [57]. Più articolato è il caso di Zechariah, nel 1477 ancora ricercato dalla giu- stizia milanese; l’uomo, che aveva amministrato il banco di Pavia della nota famiglia ebrea degli Averlino, era infatti accusato di aver sottratto una quota dell’eredità spettante ad Amandolino e Leone, figli di Angelo Averlino. L’accusa gli era valsa l’arresto a Lodi e il giudizio e la tortura a Pavia, da dove l’ebreo era scappato rifugiandosi nel distretto di Crema, porta per una probabile fuga verso più lontane contrade del dominio veneto [58].

Il caso più significativo però è quello del banchiere Ircio di Ripalta sicca (nel Ducato di Milano) [59]; qui l’ebreo aveva esercitato l’attività di prestito per quattro anni, fino a quando, intorno al 1480, era stato costretto dall’autorità ducale a lasciare la comunità ripiegando sul Cremasco, a una manciata di chilometri di distanza da Rivolta. A seguito del trasferimento, tuttavia, gli abitanti di Rivolta indirizzavano al duca di Milano una petizione perché all’ebreo fosse concesso un breve soggiorno nella comunità di provenienza, così da poter recuperare i pegni a suo tempo depositati presso di lui [60].

La vicenda di Ircio di Rivolta non è semplice né lineare: per comprenderlo basti pensare che egli fu uno dei trentotto ebrei accusati dal duca di Milano nel 1488 di far uso di scritti di tenore anticristiano [61], e che si trattava di un banchiere dalle considerevoli possibilità economiche, condizione che lo accumunava ai correligionari incriminati insieme a lui. Non è chiaro perché Ircio fosse stato costretto a lasciare Rivolta già dal 1480, ma è difficile non mettere questa circostanza in connessione con l’episodio del 1488; in ogni caso, ciò porta a pensare che egli rientrasse già da tempo nelle congetture di Ludovico il Moro. Dai verbali del 1488 emerge anzi che proprio nel 1480 era stato intentato un altro processo contro i libri ebraici, nel quale è possibile che Ircio fosse stato coinvolto, vista la prassi consolidata di incriminare anche a distanza di anni gli esponenti delle stesse famiglie, se non addirittura gli stessi individui [62]. Quale che fosse la ragione della repentina partenza da Rivolta di Ircio, un nuovo documento del 1482 informa che non solo l’ebreo  –  di cui si dice esercitasse abitualmente la propria attività in castro Vailatis – non aveva reciso dopo la partenza i legami con la clientela d’origine, ma li aveva anzi rafforzati acquistando anche la quota del banco di Rivolta del cognato Mosè [63]. La presenza di Ircio nella comunità di provenienza continua del resto a essere testimoniata anche a distanza di qualche anno [64].

Crema, Rivolta, Vailate: non è chiaro dove Ircio vivesse, o forse sarebbe meglio dire, dove vivesse prevalentemente; si deve dedurre infatti che egli garantisse la sua presenza nelle tre località con brevi o brevissimi soggiorni, così da sottrarsi per quanto possibile alle trame della giustizia ducale. Nell’arduo meccanismo delle partenze e dei ritorni che la consuetudine alla paura aveva ben contribuito a oliare, le mura di Crema rappresentavano dunque il discrimine tra una giurisdizione e l’altra, e la comunità si presentava come un osservatorio privilegiato da cui regolare i propri affari, mantenendo la testa in area padana ed i piedi in terra veneta [65].

4. Un matrimonio ebraico a Crema alla fine del Quattrocento

La qualità degli esempi finora presentati ha avuto lo scopo di chiarire identità e provenienza degli ebrei che vissero a Crema sullo scorcio del Medioevo, ma ha forse potuto suggerire anche la complessità dei rapporti che la comunità ebraica locale seppe intessere con altri nuclei presenti sul territorio, e che a mio avviso assegna a Crema una ruolo di qualche rilievo nella storia degli insediamenti ebraici nel nord della penisola.

Tanta parte di queste relazioni fu costruita sui legami familiari e sigillata da alleanze matrimoniali che seppero realizzare una “sostanziale unità di base” [66] tra la singola comunità e lo spazio culturale esteso del mondo ebraico. Il matrimonio rientra del resto nell’ordine naturale degli eventi della vita di un uomo, ma si tratta anche – e specie nell’epoca considerata – di un avvenimento con un forte potenziale comunicativo: attraverso le nozze si trasmettono attese, si stringono alleanze, si intraprendono scalate sociali. Secondo un’interpretazione di Claude Lévi-Strauss ormai divenuta classica nel campo degli studi antropologici [67], il matrimonio, in quanto struttura sociale fondata su uno scambio, quello delle donne, era (ed è ancora presso alcune popolazioni) il primo mezzo di comunicazione tra clan. Se ciò è vero in generale, lo è tanto più nell’ambito dell’ebraismo italiano nel transito dal Medioevo all’età moderna, dove “il matrimonio mantenne sempre le antiche caratteristiche di un contratto d’acquisto della sposa, ceduta da chi esercitava su di lei la patria potestà” [68].

Occorre poi riflettere sul fatto che “la società ebraica italiana è essenzialmente conservatrice, anti-innovatrice e arroccata nella difesa di ideologie dalle caratteristiche chiaramente stabilizzatrici” [69]. Protesa com’era verso la salvaguardia di ruoli e sistemi dei valori, essa si atteneva nel tessere la complessa trama dei rapporti familiari al principio dell’endogamia censitaria: ci si sposava tra pari, per sanzionare la propria ascesa sociale, o per mancanza di mezzi atti a mettere insieme un patrimonio più appetibile. Gli sguardi dello sposo e della sua famiglia cadevano all’altezza di una ragazza del proprio ambiente, mai più in basso, ma nemmeno più in alto. A scoraggiare manovre azzardate bastavano l’occhio vigile dei parenti della sposa, risoluti contro chi attentasse al suo patrimonio senza averne i requisiti [70], e l’onere della restituzione della dote.

Queste dinamiche avevano come obiettivo quello di realizzare la famiglia più equi librata possibile dal punto di vista economico, e a questo risultato la sposa doveva contribuire con una dote adeguata. Occorre tenere presente che adeguata non equivaleva a dire smodata. “Sull’eredità del marito deceduto prima della moglie”, osserva Ariel Toaff, “gravava come una spada di Damocle l’onere della restituzione della dote” [71]. Il pericolo riguardava, come si può ben intuire, soprattutto le famiglie più agiate: se la dote fosse stata eccessiva, la sua eventuale restituzione alla donna (e quindi il prelievo forzato della somma dal banco o dall’attività commerciale nei quali era stata investita), avrebbe pregiudicato l’eredità dei figli nati dalla coppia, forse rovinandoli.

Non doveva avere questo tipo di preoccupazioni Salomone del fu Aronne gallico, abitante a Crema, che nel 1487, come si è visto, in attesa di accogliere nella sua casa la promessa sposa Lucrezia, riceveva per lei la dote più che lusinghiera di seicento ducati d’oro [72]. Nel documento – redatto in occasione delle loro nozze, a cinque anni dal versamento della dote – Salomone assicurava alla moglie che le avrebbe restituito la stessa somma, garante il suo patrimonio, in qualsiasi momento ciò si fosse reso necessario. A spiegare il cospicuo dono di nozze è l’identità dei personaggi coinvolti: da una parte, dello sposo Salomone, probabilmente un rampollo della prestigiosa famiglia Galli di Vigevano; dall’altra, del padre della ragazza, Viviano del fu Samuele da Spira, che apparteneva alla famiglia degli ebrei provenienti dall’omonima città tedesca, avi dell’illustre stirpe degli stampatori Soncino. Se i rabbini di Padova riunitisi nel 1507 avessero saputo della dote di Lucrezia, l’avrebbero forse giudicata sconveniente pensando alle possibili sorti dei figli nati dalla coppia. Nelle ordinanze da loro emesse, infatti, “raccomandavano che l’aggiunta portata, secondo l’uso, dal marito alla dote della moglie non superasse il cinquanta per cento del valore della stessa, e che in ogni caso dote e aggiunta non travalicassero complessivamente il limite dei cento cinquanta ducati” [73]. Se si tiene presente che una dote media del periodo si aggirava intorno ai sessanta ducati e, pur ammettendo che un patrimonio come quello di Lucrezia non aspirava in nessun modo a collocarsi nel ‘medio’, appare evidente che il dono nuziale della ragazza era nettamente al di sopra degli standard del periodo. Ciò sembra confermato dal confronto con i valori delle quote dotali per le donne ebree di Roma tra il Quattrocento e il Cinquecento studiati da Anna Esposito, dai quali emerge che le doti ammonta vano a cifre comprese tra i venti e i duecento fiorini [74].

Una dote eccezionale, dunque, quella di Lucrezia da Spira, che tuttavia, pur qualificando il rango delle famiglie coinvolte [75], potrà essere valutata nel suo effettivo peso per la società ebraica cremasca e lombarda solo se rapportata ad altre costituzioni di dote della stessa area e periodo. Per il momento mi limito a registrare il significato che essa poté assumere nell’ambito ristretto dei gruppi familiari coinvolti, sigillando, insieme al matrimonio per cui fu versata, un’intesa importante non solo tra clan ma anche fra ‘nazioni’ diverse – quella francese e quella tedesca – della ‘nazione’ ebraica presente a Crema. Afferma a tal proposito Michele Luzzati che: “sebbene immigrati dalla Francia forse da non molti decenni, i Galli avevano provveduto per tempo a stringere alleanze matrimoniali con ebrei di ceppo e tradizioni italiani” [76]. Ebbene, mi sembra che la costituzione di dote di Lucrezia da Spira testimoni un’analoga attenzione dei Galli per l’area di influenza ed il capitale dei correligionari tedeschi.

5. Per la sepoltura degli ebrei

A parlare per la prima volta di un cimitero ebraico a Crema fu Maria Luisa Mayer, che diversi anni or sono pubblicò e commentò il testo di una lapide ebraica rinvenuta nel 1960 nei dintorni di Crema [77]. L’iscrizione funebre, datata 1590 secondo l’era volgare, era riferita ad un certo Aronne Mosè morto a Brescia e sepolto a Crema. Proprio il trasferimento del feretro da una comunità all’altra, oltre naturalmente alla lapide ritrovata, era addotto dalla studiosa come argomento probante l’esistenza di un luogo di sepoltura per gli ebrei cremaschi.

Le parole di Maria Luisa Mayer trovano ulteriore conferma per il Quattrocento nell’analisi dei capitula ebreorum del 1450, che affermano chiaramente la possibilità per gli ebrei di acquistare un terreno per farne il luogo di sepoltura dei correligionari passati a miglior vita [78]. L’esigenza di seppellire i propri morti, prima che essere un momento della ritualità ebraica, è un’istanza insopprimibile di ogni civiltà. Facile comprendere come al momento di stipulare i patti con un potere locale i banchieri ebrei, garanti e custodi della comunità che si costituiva attorno a loro, non fossero disposti a negoziare su questo punto. Le autorità, per parte loro, non potendo sottrarsi a tale richiesta, concedevano malvolentieri ai giudei di acquistare o prendere in affitto un podere da destinare a questo uso, sempre collocato però nei sobborghi e nella campagna, e in ogni caso fuori dalle mura cittadine. “La separazione topografica nella morte” [79]  era forse un modo per ribadire anche nella dimensione quotidiana dell’esistenza la distanza tra un mondo ebraico, estraneo ma necessario, e un mondo cristiano che, solo, aveva la dignità di onorare i propri morti intra muros. Il caso di Crema non fa eccezione a questo proposito: i patti del 1450 chiarivano infatti quod liceat dictis ebreis et cuilibet eorum emere campum unum sive ortum unum extra terram Creme, in districtu, pro faciende sepulturas suas [80].

Ora, dimostrata l’esistenza di un luogo per la sepoltura degli ebrei, e conosciute le intenzioni delle autorità locali a questo proposito, non restava che individuare il sito del cimitero. Da ultimo, ho rintracciato un documento del 1489 che permette di localizzarlo extra et prope porte Pontis Furi [81]. Si tratta di un atto notarile che testimonia i rapporti di ‘buon vicinato’ tra gli ebrei di Crema da una parte – rappresentati in questa circostanza dai banchieri Leone del fu Bonaventura Ulivo da Brescia e Isacco di Mosè di Candia [82]    –  ed Aloisio de Blanco dall’altra, che deteneva in quella stessa zona una proprietà confinante a mane con il luogo eletto per la sepoltura dei giudei. Dalla fonte Aloisio appare poco o nulla interessato alle questioni religiose; la sua urgenza è piuttosto quella di regolare certe faccende inerenti il muratellus di pertinenza degli ebrei che divide la sua proprietà dal loro cimitero. Aloisio chiedeva, in particolare, la facoltà di conservare alcune costruzioni da lui addossate al muro di confine, sebbene entro la sua proprietà, cui avrebbe anzi desiderato aggiungere colonellos lapideos ed assi di legno; dal documento risulta infine che gli ebrei concedevano pro tempore il suddetto diritto al confinante. Di là dal suo valore specifico, la testimonianza sembra così fotografare un momento di ordinaria convivenza tra membri della stessa comunità cittadina, e suggerisce una consuetudine di rapporti tra ebrei e cristiani che si svolgeva secondo modalità affatto ordinate.

6. Joannesbaptista, olim ebreus, nunc christianus

Sul finire del Quattrocento la penisola fu percorsa da predicatori come Bernardino da Feltre e Michele da Carcano che –  veri apostoli dei Monti di Pietà  –  diffusero da nord a sud la novità di questa istituzione: essa aspirava a realizzare una società attenta ai poveri, equa verso i più agiati e risoluta contro gli approfittatori. Proprio contro costoro si rivolgevano gli attacchi dei frati che, per indurre le autorità a fondare la nuova istituzione creditizia, si avvalevano non di rado – strumento e non fine della loro azione – di una polemica antiebraica dai toni spesso veementi. A Crema non dovette andare diversamente: la macchina della persuasione era entrata in azione già da alcuni anni [83] e la polemica che risuonava dai pulpiti si accordava perfettamente all’ansia suscitata dal nucleo ebraico, dando luogo a ostilità di vario segno [84].

In una situazione del genere si presentavano ai figli di Israele per lo meno due vie: l’affermazione intransigente della propria identità culturale, o il rinnegamento della legge di Mosè mediante la scelta del battesimo. Una terza via si apriva naturalmente davanti a loro: quella di una “pragmatica ideologia della sopravvivenza” [85] che portava con sé il compromesso e, pur nel rispetto dei propri valori tradizionali, bandiva ogni rigidità e chiusura al mondo cristiano. Scegliere la strada della conversione, tuttavia, significava rifuggire gli aspetti più odiosi della discriminazione, e mettersi in salvo nei periodi di maggiore crisi della relazione cristiano-ebraica. Pur lontano dalle proporzioni che assunse in Spagna dopo l’espulsione del 1492, il fenomeno delle conversioni conobbe così, anche in Italia, un’impennata sullo scorcio del secolo.

Riceveva il battesimo proprio in quegli anni Isacco, figlio dell’ebreo Giacobbe di Crema, che nel 1488 aveva già cambiato il suo nome in Joannesbaptista e stabilito il proprio domicilio a Cremona [86]. Non è dato sapere se la conversione fosse precedente o successiva al trasferimento a Cremona e, quindi, se e in che misura il neofita fosse stato influenzato dal clima ‘conversionistico’ di Crema, tuttavia è ragionevole credere che la scelta non fosse stata indolore per la famiglia, né per il nucleo ebraico di provenienza. La conversione sprofondava spesso il neofita in un clima di sospetto e ostilità da parte dei cristiani, pronti a leggere la cifra di opportunità che si celava dietro la decisione, e lo esponeva dall’altra parte alla riprovazione del nucleo ebraico, risentito per una scelta che percepiva come un segnale di tradimento.

Nonostante ciò, “l’ambiente ebraico generalmente affronta il problema […] con ammirevole concretezza […]. Spesso il neofita non solo non è posto alla gogna e al bando dai suoi ex correligionari […], ma continua a frequentarli e ad avere con loro rapporti di affari” [87]. È questo che sembra attestare l’atto in oggetto. Da una successiva charta del marzo 1489 risulta infatti che Giovanbattista, non solo manteneva le relazioni con il gruppo ebraico di provenienza, ma onorava i propri impegni nei confronti del fratello Benedetto, che non lo aveva seguito nel suo tragitto dalla sinagoga alla cattedrale [88]. Giovanbattista aveva titolo per riscuotere dal banchiere cremasco Isacco di Mosè di Candia la quinta parte di una somma a questi a suo tempo anticipata da lui stesso e dai fratelli, in virtù di precedenti accordi intercorsi con il padre Jacob de Alamania. Con la charta donationis del 1488 [89], di cui si diceva poco fa, Giovanbattista trasferiva a Benedetto i diritti sul quinto della cifra ancora da incassare, legittimando così il fratello alla sua riscossione. La questione si risolveva appunto nel marzo 1489 con il versamento della somma da parte di Isacco a Benedetto. Anche in questo caso, dunque, la documentazione tratteggia un episodio almeno in apparenza ispirato a soluzioni pragmatiche più che a risentite scelte di campo.

7. La dimensione culturale

Gli atti notarili offrono spunti interessanti per formulare qualche considerazione di carattere linguistico sulla minoranza ebraica presente a Crema, attestando in particolare la conoscenza della lingua ebraica, almeno ai livelli più alti della comunità. Il dato emerge in vario modo dalla documentazione: o con riferimenti espliciti ad atti scritti in ebraico, o, più raramente ma significativamente, con frammenti in ebraico annotati sul verso delle chartae.

Si è già parlato del contratto con cui nel 1487 Isacco Levi trasferiva temporaneamente a Salomone Levi i suoi diritti sul banco di Como [90]. Nel corpo del documento, datato 17 agosto, appare però evidente come esso non fosse che l’ultimo atto di un accordo già concluso il 13 giugno precedente. In questa data doveva essere stata redatta quella carta una in ebreo [91] cui si allude a conclusione del documento, e che conteneva i termini esatti della cessione. È così possibile che i contraenti, comparendo davanti ad un notaio pubblico, intendessero dare pubblicità anche in ambiente cristiano a un accordo tra loro già definito. Si tenga presente che con ciò non era in discussione il pieno valore della scrittura in ebraico; esso era piuttosto rafforzato dall’appello al notaio pubblico, nella consapevolezza delle parti di essere inserite in un sistema giuridico, quello del diritto romano, incline a una prassi che non si poteva ignorare.

L’atto contiene un ulteriore elemento di interesse. I contraenti avevano chiesto al notaio Matteo Bravio che la data della loro precedente scrittura fosse inserita nel testo anche secondo l’uso ebraico della creazione del mondo. Nel documento si legge infatti: et die in ebreo vigesimosecundo mensis sivam anni, secundum ebreos, a creatione mundi quinquies mille ducenti quadragintaseptem [92]. Ciò si doveva forse alla opportunità di garantire un sicuro riscontro tra le due scritture, onde evitare che ne nascessero fraintendimenti. Il fatto ha tuttavia rilevanza anche dal punto di vista culturale, poiché attesta una consuetudine di datazione ebraica – quella appunto della creazione del mondo –  che di lì a poco non sarà più adottata, secondo l’uso invalso tra gli ebrei del Rinascimento [93].

Il documento del 1487, infine, è la prima attestazione di Isacco Levi a Crema; la pratica nell’attività feneratizia lo candiderà presto, tuttavia, a rivestire un ruolo di spicco all’interno della comunità ebraica locale. Ma Isacco Levi doveva essere anche un personaggio di una certa ‘caratura’ culturale, o quantomeno di simili aspirazioni, se è identificabile con l’ebreo che nel 1474 commissionò il cod. De Rossi 360 [94]. Il fatto non è irrilevante per attestare il livello culturale e lo status di alcuni membri della comunità ebraica cremasca, dal momento che i manoscritti ebraici miniati in quel periodo in area lombarda erano di grande pregio [95].

Tornando alla conoscenza della lingua ebraica, la sua diffusione nella prassi feneratizia locale è definitivamente attestata da due carte di prestito rogate sempre nel 1487, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra. Esse certificano l’assunzione di un impegno finanziario da parte dei deputati dell’Ospedale Maggiore di Crema verso i banchieri Leone di Bonaventura Ulivo e Isacco di Mosè di Candia [96]; a costoro si deve la trascrizione in ebraico sul verso dei documenti degli estremi delle due obbligazioni. Il ritrovamento dei due frammenti, oltre a fornire indicazioni sulle pratiche professionali dei prestatori, mi pare indice di una certa coscienza identitaria del gruppo ebraico cremasco, dal momento che “come è noto, la conoscenza dell’ebraico […] non era usuale fra gli ebrei italiani di quell’epoca; da lungo tempo, ormai, essi avevano assunto la lingua dei rispettivi luoghi di residenza, limitando l’uso dell’ebraico alla sola sfera letterario-religioso-dottrinale” [97].

8. Cristiani ed ebrei: una relazione necessaria

Omicidi, violenti, giocatori d’azzardo e bevitori, iconoclasti, profanatori di ostie e approfittatori: queste erano le principali accuse rivolte sul finire del Quattrocento agli ebrei dalla propaganda minoritica. Di esse non ho trovato traccia nella documentazione indagata: gli atti notarili, mai espliciti in questo senso, non solo infatti non alludono ad atti di intolleranza, ma tacciono anche circostanze rilevanti come le persecuzioni giudiziarie e le accuse criminali contro gli ebrei. Al più è possibile leggervi in filigrana, come si è anticipato, la realtà di una convivenza tra cristiani ed ebrei regolata dalla consuetudine e dalla concretezza delle situazioni quotidiane.

La relazione cristiano-ebraica sfociava talvolta in rapporti di natura economico-commerciale. La fiducia che il banchiere Isacco di Mosè di Candia riponeva in certi ambienti del patriziato cittadino cremasco doveva essere tanta da rendere trascurabili le divergenze in materia di fede che lo separavano da Bartolomeo Braguti e Bernardino Marcheti, scelti nel 1490 per una questione delicata come la riscossione di un credito da un personaggio potente come Antonio Allano, un tempo vicario del podestà e capitano di Crema [98]. L’affidabilità dei banchieri ebrei doveva però essere altrettanta se, nel corso dello stesso anno, Aloisio Michele e Francesco Barbaro mettevano la loro merce nelle mani del figlio di Isacco, Mosè, perché le rivendesse per loro conto [99].

La solidarietà tra mondo ebraico e mondo cristiano trovava modo di esprimersi anche nella scelta dei testimoni che compaiono a vario titolo nella documentazione. Una solidarietà di alto rango, se si pensa ai cristiani che con la loro presenza convalidarono nel 1492 le nozze tra Lucrezia da Spira e Salomone di Aronne Galli: si trattava di Alessandro Benzoni, Giovanni di Augusto Vimercati, Marco Cusatro ed Aloisio Bassi, esponenti di alcune delle famiglie più segnalate di Crema [100]. È forse ancora più significativo però che un ebreo coinvolto in una vertenza giudiziaria contro un cristiano eleggesse a sua difesa proprio dei cristiani. Ciò era accaduto nel corso del processo ingaggiato nel 1490 da Pietro di Valenzia contro l’ebreo Giacobbe di Germania [101], che nella scelta dei propri testimoni si era forse affidato più alla qualità delle relazioni da sempre intercorse con loro che non al timore che le divergenze religiose potessero influenzare in qualche modo le loro deposizioni. È di nuovo alla prassi quotidiana che occorre volgersi per spiegare circostanze come l’affitto di case ‘cristiane’ a locatari ebrei [102], o i rapporti di ‘buon vicinato’ tra la comunità ebraica e Aloisio di Faba de Blanco, che, come si è visto, otteneva nel 1489 il diritto di appoggiare alcune costruzioni provvisorie al muratellus che separava la sua proprietà dal cimitero dei giudei [103].

L’immagine di Crema che si vuole offrire in queste righe non è però quella di un’oasi fatalmente estranea alla violenza, al pregiudizio e alla discriminazione. La stessa condotta del 1450  –  frutto di un clima di sostanziale apertura nei confronti della minoranza ebraica – tutelava gli ebrei ‘bersaglio’ di sassi e fango o di altra sorta di violenze [104], indicando forse che si trattava ben più che di semplici ipotesi. Nemmeno si può pensare che la documentazione analizzata sia in qualche modo esaustiva di ciò che accadeva a Crema sullo scorcio del secolo: e perché non riassume la totalità degli atti rogati in quegli anni, e, soprattutto, perché rimane prodotta in ambito cristiano. Premesso questo, e rimettendosi a ciò che i documenti sembrano attestare, la sensazione è che, almeno fino alla nascita del Monte di Pietà di Crema (1492), la naturalità dell’esperienza in comune avesse unito cristiani ed ebrei assai più di quanto le barriere istituzionali avessero potuto frenare la loro integrazione.

NOTE

"Abbreviazioni: ACC (Archivio comunale di Crema); ASCLo, FN, nMBV (Archivio storico civico di Lodi,"

"Fondo notarile, notaio Matteo Bravio il Vecchio); ASMi (Archivio di Stato di Milano); ASCr (Archivio di Stato di Cremona)."

[1]. L’aggettivo si riferisce alla supposta rilevanza numerica della comunità ebraica di Crema che i risultati di questo articolo sembrano suggerire, anche in assenza di dati certi sulla reale consistenza del gruppo. Nel 1962, tuttavia, Maria Luisa Mayer scriveva: “La comunità ebraica di Crema, comunque, non deve esser stata numericamente notevole, perché non è quasi ricordata nelle fonti ebraiche dell’epoca” (cfr. MARIA LUISA MAYER, Una lapide ebraica al Museo di Crema, in “Insula Fulcheria. Rassegna di studi documentazione e testimonianze storiche del Cremasco”, I (1962), p. 59)."

[2].     Cfr. GIULIANA ALBINI, La comunità ebraica in Crema nel secolo XV e le origini del Monte di Pietà, in “Nuova Rivista Storica”, LIX (1975), pp. 378-406, e MARIA GIACOMINA CANIDIO, Gli Ebrei a Crema nella seconda metà del sec. XV e la fondazione del Monte di Pietà, tesi di laurea, Università degli Studi di Pavia, Facoltà di Lettere e Filosofia, rel. Alfredo Bosisio, a.a. 1974-75. In tempi recenti è comparso anche un breve cenno di storia locale in FRANCO BONTEMPI, Storia delle comunità ebraiche a Cremona e nella sua provincia, Società per la storia del popolo ebraico, s.l. 2002, (Gli ebrei e la storia); in particolare cfr. pp. 51-54.

[3]. Per il complesso dei documenti analizzati e delle situazioni a cui si riferiscono rimando a MICHELA STIFANI, La comunità ebraica di Crema nella seconda metà del Quattrocento dagli atti del notaio Matteo Bravio il Vecchio. Aspetti e momenti di vita sociale, tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, rel. Giuliana Albini, a. a. 2003-2004. In questa sede pro pongo solo alcuni casi tra i più significativi.

[4].      Questa sintesi delle vicende generali della comunità ebraica di Crema presuppone i citati lavori di Giuliana Albini e Maria Giacomina Canidio (cfr. sopra, nota 2), cui rimando per completezza.

[5]. ACC, Registri Ducali 1, ff. 53-56 r. La condotta era il patto ufficiale con cui, nel Medioevo, i reggitori dei comuni invitavano i banchieri ebrei provenienti da altre località a stabilirvisi con i propri capitali per sostenerne l’economia, praticando il commercio del denaro a determinate condizioni. Per l’esame di questi capitoli cfr. ALBINI, La comunità ebraica, cit., passim, e CANIDIO, Gli ebrei a Crema, cit., passim (con trascrizione del documento alle pp. 72-83). Le due autrici fanno risalire la data della prima attestazione della presenza ebraica a Crema al 1447 (cfr. ACC, Registro Ducali 1, f. 34); tale data può tuttavia essere anticipata al 1445 sulla base di un documento rintracciato da Shlomo Simonsohn in cui il duca di Milano Filippo Maria Visconti assolveva per tutti i loro reati alcuni ebrei del dominio; tra essi Leone e Salomone di Crema (cfr. ASMi, Registro Ducali 145, p. 197 s., e per il corrispondente regesto SHLOMO SIMONSOHN, The Jews in the Duchy of Milan, vol. I, The Israel academy of sciences and humanities, Jerusalem 1982, [A documentary  history of the Jews in Italy, Diaspora Research Institute dell’Università di Tel Aviv], p. 34, n. 42).

[6]. Per gli aspetti rituali e pratici connessi alla macellazione della carne nelle comunità ebraiche nell’Italia del Rinascimento cfr. ARIEL TOAFF, Il vino e la carne: una comunità ebraica nel Medioevo, Il Mulino, Bologna 1989, pp. 81-92.

[7]. Per il problema del segno cfr. ad esempio ibidem, p. 214. Per le tipologie dei segni distintivi si veda MARIA GIUSEPPINA MUZZARELLI, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo, Il Mulino, Bologna 1999, p. 290 s.

[8]. Per alcune conclusioni sulla clientela dei banchi cremaschi e sulla tipologia dei prestiti erogati cfr. STIFANI, La comunità ebraica, cit., cap. 3, § 1.7. Il denaro degli ebrei non di rado serviva alla popolazione per il pagamento di imposte e tasse; in questo modo i giudei venivano a svolgere un’azione di sostegno delle finanze pubbliche, stabilendo con le autorità un legame che poteva divenire diretto, come ha osservato Giuliana Albini, attraverso la camera dei pegni del comune (cfr. ALBINI, La comunità ebraica, cit., pp. 394-397). Per una panoramica generale sulle camere dei pegni in area veneta si veda GIAN MARIA VARANINI, Tra fisco e credito: note sulle Camere dei Pegni nelle città venete del Quattrocento, in “Studi Storici Luigi Simeoni”, XXXIII (1983), pp. 215-246.

[9]. Cfr. ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 399. Si noti che Giuseppe e Leone (forse fratelli) sono subentrati nella gestione del banco di Salomone (certamente il padre di Leone), ultimo superstite della condotta del 1450, ora deceduto dopo essere stato attivo per quarant’anni nell’esercizio del prestito a Crema. Essi compaiono come soci di Leone del fu Bonaventura Ulivo da Brescia, attestato per la prima volta a Crema nel 1478 proprio come prestatore (ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1472-1473, Crema, 1478, 31 maggio); questi, genero del citato Salomone (ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1485, 6 marzo), era stato associato nell’amore filiale come nella gestione del banco, secondo una prassi di cui lo stesso Salomone aveva tratto beneficio, come risulta dai patti del 1450, dove lo stesso era stato detto gener eiusdem Leonis. La prima attestazione di Isacco del fu Mosè di Candia a Crema risale invece al 1464 (ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1488, 23 gennaio), ma è dagli anni Settanta che questi compare ufficialmente come intestatario di una condotta, posizione che manterrà senza soluzione di continuità fino all’ultimo decennio del secolo. Accanto a lui si trovano qui Leone e Isacco Levi di Ferrara, per il quale si rimanda ai paragrafi 3 e 7. In CANIDIO, Gli Ebrei a Crema, cit., p. 22, tra gli intestatari della condotta firmata nel 1489 si annoverano anche Abramo, Salomone, Bonaventura, Lazzaro e Mosè, nomi per i quali non si è trovato riscontro.

[10]. La richiesta da parte delle autorità di un interesse che non superasse il 20 per cento, che, come una goccia lenta ma costante veniva ripresentata di decennio in decennio fin dagli anni Sessanta, era stata a lungo contenuta al 25 per cento, tasso che i prestatori erano riusciti a difendere adducendo il fabbisogno di denaro della popolazione. Quanto al problema della carne, la condotta riprendeva il contenuto di una disposizione del 1467 per cui quella macellata ritualmente non poteva essere venduta se non con uno speciale contrassegno: una cedula papirii nigri doveva così rendere riconoscibili sul banco del macellaio le carnes interfecte per ebreos (ACC, Registri Provvisioni 9, ff. 392 r - 393 v, e Registri Provvisioni 10, ff. 2 r - 3 v, citati in ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 399, e in CANIDIO, Gli Ebrei a Crema, cit., p. 14, dove si allude al precedente del 1467). Ad aggravare la condizione degli ebrei cremaschi era poi l’esibizione del segno distintivo (dal provvedimento erano esclusi i membri delle famiglie dei banchieri Leone e Isacco, che, ab eorum complacentiam, erano conosciutissimi, come si legge in ACC, Registri Provvisioni 10, f. 2 v, citato in CANIDIO, Gli Ebrei a Crema, cit., p. 12. Cfr. anche ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 399), che ancora una volta aveva il suo precedente in una prescrizione contenuta nei capitoli degli anni Sessanta.

[11].   ACC, Registri Ducali 1, f. 194 v, citato in ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 398.

[12].    Il primo provvedimento del genere risale in verità al febbraio 1476, quando il Consiglio generale del comune aveva sancito l’espulsione da Crema e dal suo territorio degli ebrei non intestatari della condotta (cfr. CANIDIO, Gli Ebrei a Crema, cit., p. 6, nota 7, e p. 7, nota 8). L’espulsione venne nuovamente comminata nel 1491; nel 1496, quando il provvedimento incluse tutti gli ebrei, non solo quelli non intestatari della condotta, e nel 1498, quando il Consiglio ottenne finalmente l’appoggio della Serenissima al tentativo di espellere gli ebrei. Per una riflessione specifica sull’atteggiamento del governo ducale rispetto ai provvedimenti di espulsione, cfr. STIFANI, La comunità ebraica, cit., § 1.4; cfr. anche ALBINI, La comunità ebraica, cit., passim, e CANIDIO, Gli Ebrei a Crema, cit., passim.

[13].   Una provvisione del 1490 lamentava la presenza a Crema di magna copia ebreorum merchabilium et negotinatorum, che aumentavano la propria opulenza ai danni della comunità, trattandosi di individui ditissimi, divitiis et pecuniis abundantes (ACC, Registri Provvisioni 10, f. 27 r, citato in ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 400)."

[14].  Cfr. ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 403. La letteratura sui Monti di Pietà è assai vasta; per una recente panoramica sulla situazione nella penisola cfr. ad esempio MARIA GIUSEPPINA MUZZARELLI, Il denaro e la salvezza. L’invenzione dei Monti di Pietà, Il Mulino, Bologna 2001, (Collana di Storia dell’economia e del credito, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, 10).

[15]. Per osservazioni generali sul regime delle ‘terre separate’ e delle località di confine cfr. ANNA ANTONIAZZI VILLA, Un processo contro gli ebrei nella Milano del 1488. Crescita e declino della comunità ebraica lombarda alla fine del Medioevo, Cappelli, Bologna 1985, p. 22 s.

[16]. ACC, Registro Ducali 1, f. 34. Il documento è datato in realtà 22 novembre 1447, ma si riferisce agli stessi ebrei intestatari dei capitoli del 1450, che qui compaiono con l’indicazione della loro provenienza. Cfr. anche ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 382 e, per il regesto, SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 36, n. 48. L’afflusso della componente tedesca (askenazita) nel basso Veneto e in area padana si data alla seconda metà del Trecento, quando gli ebrei vennero allontanati dalle terre d’origine perché ritenuti responsabili dell’epidemia di peste che nel 1348 si era abbattuta sull’Europa, e con ciò fatti oggetto di rinnovate violenze. Questa corrente ‘discendente’ penetrò nella penisola attraverso l’Istria, la Dalmazia e il Friuli, facendo di Mestre il proprio avamposto sull’ambito mercato veneziano. Per questi movimenti migratori cfr. ARIEL TOAFF, Laconvergenza sul Veneto di banchieri ebrei romani e tedeschi nel tardo Medioevo, in Gli ebrei a Venezia (secoli XIV-XVII), Atti del Convegno Internazionale organizzato dall’Istituto di storia della società e dello Stato veneziano della Fondazione Giorgio Cini (Venezia, 5-10 giugno 1983), Ed. Comunità, Milano 1987, pp. 595-613. In un suo recente contributo, tuttavia, Alessandra Veronese “rileva da un lato l’emigrazione anche non coatta di molte famiglie di ebrei tedeschi che cercavano di migliorare le proprie possibilità economiche […], e dall’altro […] il loro non necessariamente definitivo radicamento nella penisola [...]. Le sottolineature dell’autrice mettono in guardia contro la semplificazione degli elementi di push-pull: la migrazione di ebrei verso l’Italia non dipendeva unicamente da episodi di persecuzione” (cfr. REINHOLD  C. MUELLER, Lo status degli ebrei nella Terraferma veneta del Quattrocento: tra politica, religione, cultura ed economia. Saggio introduttivo, in Ebrei nella Terraferma veneta del Quattrocento, Atti del Convegno di stu- dio (Verona, 14 novembre 2003), a cura di G.M. Varanini e R.C. Mueller, University Press, Firenze 2005, [Quaderni di RM Rivista n. 2], p. 12).

[17]. Per Isacco di Mosè di Candia cfr. sopra nota 9; per Giulio di Abba del Medigo cfr. ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 399 s. La provenienza immediata di Giulio era in realtà Padova, come risulta da due documenti del 1491 attestanti l’insorgere di un’obbligazione di Isacco di Mosè di Candia nei confronti del prestatore, che è detto habitator Padue (ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473- 1505, Crema, 1491, 4 luglio, e ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1489-1491, Crema, 1491, 4 luglio). Alcune ricerche su Aba, padre di Giulio (Yehuda in lingua ebraica) confermerebbero la sua residenza a Padova. È lì che Giulio aveva sposato Shifra (Sophia, Saffira), zia di Elia Capsali (autore della nota cronaca Seder Eliyahu Zuta, una delle principali fonti per la conoscenza delle yeshivot askenazite dell’Italia settentrionale, ovvero le accademie rabbiniche), dalla quale aveva avuto un figlio, Aba Shaul. Daniel Carpi lo considera deceduto tra il 1485 ed il 1488, ma poi lo riconosce nel Tullio che insieme al fratello Golia risultava intestatario nel 1496 di una condotta a Soave (nei pressi di Verona), e ciò sulla base di un documento riportato in A. BONAMINI, Gli ebrei in Verona durante il dominio veneziano, tesi di laurea in Storia, Facoltà di Lettere dell’Università di Padova, rel. Roberto Cessi, a.a. 1939-40, p. 45. Gli atti notarili che ho rinvenuto consentono oggi di affermare che Giulio era ancora in vita nel 1491, al momento cioè dell’accordo con Isacco. La sua morte e quella del fratello Elia sono invece avvenute entro il 1506, sempre secondo Carpi, quando la madre Ritte nominava insieme alla nuora Sophia un procuratore incaricato di occuparsi dell’eredità dei figli. Cfr. DANIEL  CARPI, L’individuo e la collettività. Saggi di storia degli ebrei a Padova e nel Veneto nell’età del Rinascimento, (Storia dell’Ebraismo in Italia, Studi e testi XXII), Olschki, Firenze 2002, p. 231 s. Per ulteriori notizie sull’attività di Giulio ed Elia del Medigo a Soave cfr. ALBERTO CASTALDINI, Mondi paralleli. Ebrei e cristiani nell’Italia padana dal tardo Medioevo all’Età moderna, Olschki, Firenze 2004, p. 62 s., e p. 71, dove l’autore riprende da Bonamini la notizia secondo cui, ancora negli anni Venti del Cinquecento, Giulio del Medigo sarebbe stato costretto ad abbandonare Soave.

[18]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1480-1500, Crema, 1492, 18 maggio; il documento è trascritto nel- l’appendice a questo lavoro. Cfr. anche ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1488-1496, Crema, 1492, 18 maggio. Per quanto riguarda Viviano del fu Samuele da Spira, è possibile che si tratti di quel Viviano di Samuele ‘teutonico’ di cui si parla in ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 18, nota 15. In virtù dell’acquisito cognome Soncino per gli ebrei provenienti da Spira non si può del tutto escludere che Samuele, padre di Viviano, sia identificabile con quel Samuele Soncino, padre di Donato che, nel 1480 secondo le autorità milanesi sarebbe stato autore di uno scritto di tenore anticristiano. (Per questo si veda MICHELE LUZZATI, La circolazione di uomini, donne e capitali ebraici nell’Italia del Quattrocento: un esempio toscano-cremonese, in Gli ebrei a Cremona. Storia di una comunità fra Medioevo e Rinascimento, a cura di G.B. Magnoli, Giuntina, Firenze 2002, p. 47 e ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 46). Samuele Soncino era tra i capostipiti della celeberrima famiglia degli stampatori ebrei Soncino. Samuele di Mosè da Spira, detto Simone, aveva inizialmente stretto un patto per l’attività di prestito con il Comune di Bassano nel 1435; di qui aveva preso verso il 1442 la via di Cremona. Intorno al 1445 lo si ritrova a Orzinuovi, vicino a Brescia, mentre dal 1452 i documenti riferiscono che era attivo al suo fianco il figlio Donato (Israel Natan). È però nel 1454 che Francesco Sforza autorizza Samuele e il suo socio a trasferirsi a Soncino, al di là dell’Oglio. I documenti attestano che l’ebreo e la sua famiglia avevano godu- to di una certa protezione da parte del duca di Milano; egli scompare dalle carte dal 1458, al suo posto viene ricordato il figlio Donato, che accompagnava all’attività bancaria quella medica. Con Salomone, figlio di Donato, i Soncino avrebbero convertito la loro attività da bancaria in tipo- grafico-editoriale (per questi dati cfr. VITTORE COLORNI, I da Spira avi dei tipografi Soncino e la loro attività nel Veneto e in Lombardia durante il secolo XV, in ID., Judaica Minora. Saggi sulla storia dell’ebraismo italiano dall’antichità all’età moderna, Giuffré, Milano 1983, [Pubblicazioni della Facoltà Giuridica dell’Università di Ferrara, ser. 2], pp. 343-388). Lo stesso Samuele Soncino era stato protagonista di una singolare vicenda accaduta nella cittadina tedesca Pfirt, che lo aveva contrapposto al francescano Giovanni da Capistrano (per questo cfr. ID., Shemuel da Spira contro fra Giovanni da Capistrano. Un curioso episodio del Quattrocento, in ID., Judaica Minora, cit., pp. 389-408).

[19]. Cfr. documenti di cui alla nota precedente. Per quanto riguarda Salomone di Aronne gallico, sposo di Lucrezia, si suggerisce l’identificazione del padre Aronne con Aronne di Abramo Galli, nato a Mantova e banchiere in questa città dal 1453. Se così fosse, si tratterebbe della prima attestazione di un figlio di Aronne di nome Salomone; fino ad oggi, infatti, si era a conoscenza soltanto dell’esistenza di Giacobbe, nato da Aronne a Mantova e, insieme al padre, beneficiario dei privilegi concessi dal marchese Ludovico Gonzaga nel 1453 e nel 1454. Aronne avrebbe avuto anche tre fratelli: Salomone, Angelo e Dattilo, a sua volta padre di Mosè, Benvenuta, Bonaventura ed Elia. I Galli nel corso del Quattrocento avevano raggiunto una posizione di leader nell’insediamento ebraico lombardo; si ricordi a titolo emblematico che un membro della famiglia Galli, ovvero Salomone di Mosè di Dattilo di Abramo, fu tra gli imputati del processo intentato da Ludovico il Moro nel 1488 contro alcuni ebrei del Ducato di Milano, che aveva coinvolto solo gli esponenti più in vista del dominio. Per questi dati cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 19, nota 18, e LUZZATI, La Circolazione, cit., p. 37, note 15 e 16. Si tenga presente il contributo di Michele Luzzati anche per valutare la fortuna e le vicende ‘italiane’ della famiglia Galli. È possibile inoltre che Aronne, di cui si è detto che era nato a Mantova, coincida con quell’Aronne del fu Abramo da Mantova che nel 1431 gestiva il banco di Monselice, nel Padovano (Cfr. FRANCESCA ZEN BENETTI, Prestatori ebraici e cristiani nel Padovano fra Tre e Quattrocento, in Gli ebrei a Venezia, cit., p. 637). Un successivo spostamento di Aronne a Crema sarebbe del resto perfettamente in linea con altri movimenti migratori provenienti dal Padovano di cui si è trovata traccia nella documentazione (come quello del citato Giulio del Medigo). Per la trasposizione ebraica Zarfatì del cognome Galli si veda infine VITTORE COLORNI, La corrispondenza fra nomi ebraici e nomi locali nella prassi dell’Ebraismo italiano, in Italia Judaica, Atti del I Convegno internazionale di studi (Bari, 1981), s.n., Roma 1983, p. 84."

[20]. I verbali della sentenza sono stati pubblicati e studiati da Anna Antoniazzi Villa in ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit. (sopra, nota 15).

[21]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1495-1498, Crema, 1489, 23 dicembre. Salomone potrebbe tuttavia essere identificato anche con Salomone di Mosè da Brescello, abitante a Vigevano nel 1482 (cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 188), che, secondo Michele Luzzati, non sembra coincidere con il Galli (cfr. LUZZATI, La circolazione, cit., p. 37, nota 15). Per altre notizie su Salomone Galli cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., passim. Come si avrà modo di vedere in seguito, Ircio di Rivolta, un altro correligionario coinvolto nella vertenza del 1488, riparando a Crema aveva seguito lo stesso itinerario di Salomone per sfuggire alla giustizia ducale. Riguardo alla presenza degli esponenti della famiglia Galli a Crema, occorre comunque ricordare che gli ebrei francesi si riversarono prevalentemente sul Piemonte, e che soltanto una porzione trascurabile del flusso proveniente dalla Francia raggiunse altre regioni dell’Italia settentrionale.

[22].   A illustrare lo schema di questi spostamenti è Ariel Toaff: “nella prima fase le famiglie più ricche si trasferiscono a Bologna, a Rimini o a Ferrara (che costituiscono degli osservatori avanzati e dei centri di smistamento), ma non cedono la proprietà dei banchi nelle zone di provenienza. In un secondo tempo, quando i nuovi mercati si sono dimostrati sufficientemente remunerativi, decidono di dedicare la maggior parte della loro attività ai nuovi centri ‘colonizzati’ e cedono la proprietà dei loro banchi nell’Italia centrale o riducono le proprie quote di partecipazione in quei banchi” (TOAFF, La convergenza, cit., p. 603).

"23.   ASMi, Missive 62, p. 427. Per il regesto cfr. SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 368, n. 836, da"

"cui si cita. Nel 1448 Angelo da Cesena è attestato a Monza (cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 20, nota 26)."

"24. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1480-1500, Crema, 1482, 9 dicembre, e ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1469-1487, Crema, 1482, 9 dicembre. Nel 1458 Lipomanno, padre di Mosè, risultava titolare del quarto banco di Parma (cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 41).

[25]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1487, 17 agosto. Il regesto del documento è proposto in appendice. Per la figura di Isacco Levi si vedano i paragrafi 3 e 7.

[26].   Cfr. documenti di cui alla nota 18. Per l’analisi del caso si rinvia al paragrafo 4.

[27]. In particolare i banchieri ebrei di Crema non potevano essere molestati pro eo quod haberent penes se de denariis aliorum ebreorum qui habitarent in terris dominorum qui facerent guerra contra illustrissimam ducalem dominationem Venetiarum, vel contra terram Creme (ACC, Registri Ducali 1, f. 55 r). Il riferimento ad ebrei residenti nel Ducato di Milano mi pare evidente, dato che la Pace di Lodi – che, stabilendo un equilibrio territoriale tra i due maggiori stati regionali dell’Italia settentrionale, fissava le rispettive sfere di influenza milanesi e veneziane  –  sarà siglata solo nel 1454."

[28].   Visti gli anni, è possibile che Isacco si identifichi con il banchiere Isacco di Mosè di Candia, per il quale cfr. sopra nota 9. Non è facile, invece, risalire all’identità di Abramo; si tenga presente però che Canidio segnala, a partire dalla condotta degli anni Settanta, la presenza di un certo Abramo cointestatario dei capitoli con Isacco di Mosè di Candia e Salomone di Lazzaro di Germania. Cfr. CANIDIO, Gli Ebrei a Crema, cit., p. 21.

[29].  ASMi, Frammenti Registri Missive e Ducali 7, fasc. XCIX, 3, il cui regesto compare in SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 672, n. 1618, da cui si cita. Benedetto, figlio di Mandolino, era banchiere a Como dal 1459. Nel 1470 risultava intestatario insieme all’ebreo Falcone di un contratto di locazione per una casa sita a Milano, affittata per conto di Salomone di Monza (cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 25, nota 8). Il banchiere era certamente già morto nel 1478, poiché in quell’anno si ha notizia di una vertenza sorta tra la vedova Gentile e i suoi cognati, di cui era stato arbitro Isacco Levi (ibidem, p. 42, nota 40). Con Isacco, Benedetto doveva essere entrato in affari in seguito alla probabile cessione a quest’ultimo da parte del padre Mandolino di una quota del banco di Como; la cessione è documentata in ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1487, 17 agosto. Nel 1479, infine, agli eredi di Benedetto veniva riconfermato il diritto di prestare a Como e nei dintorni in via esclusiva (cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., ibidem). Per i rapporti tra i prestatori di Como e Isacco Levi, si veda più dettagliatamente oltre.

[30]. ASMi, Carteggio Sforzesco, Potenze Sovrane 1634, il cui regesto compare in SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 674, n. 1623, da cui si cita.

[31].  ASCr, Fondo notarile, A.N. Gio. Marco Vernazzi, filza 372, Cremona, 1491, 17 gennaio. Il regesto compare in SIMONSOHN, The Jews, cit., vol. II, The Israel academy of sciences and humanities, Jerusalem 1982, p. 905, n. 2184, da cui si cita. Il banchiere è certamente Isacco di Mosè di Candia.

[32]. ASMi, Frammenti Registri Missive e Ducali 7, fasc. XCIX, 3. Per il regesto cfr. SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 673, n. 1621, da cui si cita. Il creditore era probabilmente, ancora una volta, Isacco di Mosè di Candia. Per la possibile genesi del nome Compino, cfr. COLORNI, La corrispondenza, cit., p. 81 s.

[33].    ASMi, Comuni 23; il regesto relativo a questo documento compare in SIMONSOHN, The Jews, vol.II, cit., p. 756, n. 1843, da cui si cita.

[34.   ACC, Registri Ducali 1, f. 55 r.

[35]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1487, 17 agosto. Il regesto del documento è proposto in appendice.

[36].   Per Benedetto di Mandolino cfr. sopra nota 29.

[37].  Cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 42, nota 40.

[38].    Cfr. ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 399.

[39].    Cfr. ibidem. Per Giulio di Abba del Medigo di Candia, cfr. sopra, nota 17.

[40]. Si aggiungeva infatti quod omnes socii ipsorum ebreorum habitantium in Crema utsupra possint venire ad terram Creme, cum bonis et rebus suis et familia ac famulis, ex quacumque parte, secure, libere et impune, etiam tempore guerrarum (cfr. ACC, Registri Ducali 1, f. 55 r).

[41].   Per questi dati cfr. sopra nota 9.

[42]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1491, 4 luglio, e ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1489- 1491, Crema, 1491, 4 luglio. Il banchiere è attestato ancora a Crema alla fine del 1491 come testimone al sorgere di una procura nella casa del socio Isacco di Mosè di Candia (ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1491, 22 novembre).

[43].   Cfr. CARPI, L’individuo e la collettività, cit., passim. L’appendice è dedicata alla presenza di ebrei  candioti a Padova.

[44]. Ovvero quelle del 1470, del 1480 e del 1490. La ricerca a Padova di notizie su Isacco e su suo padre Mosè non ha tuttavia dato esiti certi. Non esistono al momento elementi che confermino l’identificazione del padre di Isacco con Mosè di Aba del Medico di Candia, anche se ciò svele- rebbe possibili legami di parentela con il socio Giulio, e farebbe apparire sotto una luce nuova sia l’avvento di quest’ultimo a Crema che le sue relazioni finanziarie con Isacco. Ma Isacco potreb- be tuttavia discendere anche da Moisè di Candia todesco, Mosè di Elganan di Candia, o Mosè di Salachia di Candia, ebrei candioti tutti ugualmente documentati a Padova nel periodo interessato. Per queste figure cfr. ibidem, passim.

[45].    ASMi, Missive 26, p. 42, il cui regesto compare in SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 164, n. 337, da cui si cita. Si suggerisce l’identificazione dell’ebreo Giuseppe con Josep quondam Hebrahe de Alamania, uno degli intestatari dei patti del 1450. Se così fosse si avrebbe un’ulteriore testimonianza del legame a doppio filo che teneva spesso insieme l’attività commerciale a quella di banco.

[46]. ASMi, Missive 163, p. 236; per il regesto cfr. SIMONSOHN, The Jews, vol. II, cit., p. 876, n. 2115, da cui si cita. Lascia passare per il Ducato di Milano concessi ad ebrei cremaschi sono segnalati anche ibidem, vol. I, cit., p. 65, n. 76, e ibidem, p. 375, n. 856.

[47].    ASMi, Carteggio Sforzesco 1091. Il regesto del documento è in SIMONSOHN, The Jews, vol. II, cit., p. 899 s, n. 2171, da cui si cita.

[48]. In particolare i patti recitano: Quod liceat dictis ebreis receptare in eorum domibus habitationis quoslibet de eorum…dum tamen se presentent ad officium bulletarum Creme et dum tamen non essent banditi vel rebelles serenissime ducalis dominationis Venetiarum et communitatis Creme et dummodo non venirent a loco morboso. Cfr. ACC, Registri Ducali 1, f. 54 v. La concessione rap- presenta del resto un aspetto della solidarietà che si venne a creare anche a distanza di molti chilometri tra un gruppo e l’altro della ‘nazione’ ebraica. Questo fatto può forse contribuire a spiegare la sopravvivenza di piccole o piccolissime comunità disperse nelle campagne dell’Italia settentrionale, circostanza di cui si è data già da tempo ragione mediante “la sostituzione del nazionalismo tradizionale […], con la fede religiosa ebraica, e lo scambio del valore militare civile e laico con il Kidduˇsh Ha-ˇsèm (la santificazione del nome di Dio) e l’esaltazione del martirologio” (cfr. SHLOMO SIMONSOHN, Lo stato attuale della ricerca storica sugli ebrei in Italia, in Italia Judaica, cit., p. 35).

[49]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1469-1487, Crema, 1485, 31 gennaio. Per Salomoncino si veda anche ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1487, 15 marzo. Per la trasposizione ebraica Chefez del cognome Gentili, cfr. COLORNI, La corrispondenza, cit., p. 85.

[50].  ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1495-1498, Crema, 1489, 23 dicembre.

[51]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1491, 22 novembre. La provenienza di alcuni individui da Portobuffolè rende necessario qualche cenno sulla presenza ebraica in quella comunità. Nell’ultimo ventennio del Quattrocento Portobuffolè aveva risentito del clima antiebraico diffusosi nel dominio veneto in seguito al presunto omicidio rituale di Simonino da Trento, un bambino cristiano assassinato in circostanze oscure nel 1475. Della sua morte fu accusata la locale comu- nità ebraica, che fu espulsa ed epurata dei membri direttamente incriminati. Nonostante il governo di Rialto istruisse un’indagine sulla vicenda, inviando a Trento due giureconsulti dello Studio padovano, e rendesse poi nota l’infondatezza delle accuse contro gli ebrei, quei fatti si verificarono ancora. Sull’onda dell’odio antiebraico suscitato dall’episodio di Trento, un nuovo omicidio rituale si scopriva così nel 1480 a Portobuffolè: tre gli ebrei arsi vivi a Venezia. Cinque anni dopo era la volta degli ebrei di Marostica, che però scamparono a un destino altrettanto tragico (cfr. PIER CESARE IOLY ZORATTINI, Gli ebrei a Venezia, Padova e Verona, in Storia della cultura veneta, vol. 3/1, N. Pozza, Vicenza 1980, p. 542). Non si può dunque escludere che la presenza a Crema di Viviano di Servadio olim habitans Portus Buffole sia in qualche modo collegata a questa vicenda.

[52].    ASMi, Missive 37, p. 130; per il regesto del documento cfr. SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 235, n. 502, da cui si cita.

[53]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Cremona, 29 maggio 1488. Per la stessa vicenda cfr. anche ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1495-1498, Crema, 1489, 26 marzo; e ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1489, 26 marzo.

[54]. Cfr. sopra i documenti di cui alla nota 18, alla quale si rimanda anche per il tentativo di identificazione di Viviano da Spira. Il tracciato degli ebrei diretti al sud, esso, passando attraverso le grandi vie consolari, toccava dapprima Ancona, quindi si distingueva a seconda della meta. Per Salomone Galli, cfr. nota 19.

[55].  ASMi, Missive 26, p. 6. Per il regesto cfr. SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 161, n. 326, da cui si cita.

[56]. ASMi, Carteggio Sforzesco, Cremona 727. Trascrizione del documento si trova già in S. SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 220 s., n. 464, da cui si cita.

[57].   ASMi, Missive 62, p. 427; il regesto è già in SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 368, n. 836, da cui si cita. Al documento si allude anche in BONTEMPI, Storia delle comunità ebraiche, cit., p. 53. Per Angelo da Cesena cfr. sopra nota 23.

[58]. ASMi, Carteggio Sforzesco, Potenze Sovrane 1636. Il regesto del documento si legge in SIMONSOHN, The Jews, vol. II, cit., p. 696, n. 1686, da cui si cita. Il capostipite della potente famiglia Averlino, Averlino da Vicenza, aveva ottenuto nel 1433 regolare condotta per esercitare l’attività di prestito a Pavia. Gli interessi della famiglia venivano poi estesi altrove, anche a diverse decine di chilometri di distanza. Il ramo che finì a Lodi vi fu ‘trapiantato’ nel 1454 grazie ad Isacco, uno dei figli di Averlino, al quale subentrò nel 1465 il fratello Angelo, che, a sua volta, fu sostituito nella gestione del banco dai figli Leone, Amandolino e Madio; essi risultano proprietari del banco ancora negli anni Novanta (cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 43). Sempre negli anni Sessanta Angelo si era inserito per un breve periodo sul mercato creditizio di Vercelli con un banco di prestito, facendo della nuova postazione un avamposto sui circuiti mercantili piemontesi. (ibidem, p. 46 s.). Quanto a Leone, figlio di Angelo Averlino, egli compare come firmatario della prima delle due composizioni seguite al processo ai libri del 1480 (ibidem, p.72, n. 72), vertenza analoga alla successiva del 1488, nella quale il fratello Madio sarà addirittura tra gli imputati (per lui cfr. ibidem, passim). Il fuggiasco Zechariah, cognato di Averlino, era stato agente di Angelo a Vercelli fino al 1468, anno della dipartita di Angelo dalla città piemontese. Nello stesso periodo Zaccaria era però cointeressato anche alla gestione del banco di prestito che gli Averlino conservavano a Pavia (cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 43, nota 48; per altre notizie sulla famiglia cfr. ibidem, passim). Per la famiglia Averlino cfr. inoltre ASMi, Carteggio Sforzesco 1087 di cui si sono già occupati Vittore Colorni (cfr. COLORNI, I Da Spira avi dei tipo grafi Soncino e la loro attività nel Veneto e in Lombardia durante il secolo XV, in “Michael”, I (1972), p. 80, n. 77) e Shlomo Simonsohn (cfr. SIMONSOHN, The Jews, vol. II, cit., p. 871 n. 2097). Cfr. inoltre ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1487, 31 gennaio, e ASMi, Missive 165, p. 314 s. (regesto ibidem, p. 891 s., n. 2157).

[59].   Si tratta dell’attuale Rivolta d’Adda, in provincia di Cremona.

[60]. ASMi, Comuni 76. Il regesto del documento è già in SIMONSOHN, The Jews, vol. II, cit., p. 813, n. 1957, da cui si cita.

[61]. Cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 18, nota 17, dove si parla di “Ircio figlio di Leone di Rivolta in Ghieradadda”.

[62]. Analoghi processi si erano svolti anche nel 1459 e nel 1474 (cfr. ibidem, p. 54 ss.). Anna Antoniazzi Villa fa riflettere sul fatto che queste vertenze si concludevano generalmente col pagamento di una forte multa, e su come questa circostanza debba essere posta in connessione con la scelta degli imputati tra i maggiori banchieri del dominio.

[63].  ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1468-1482, Crema, 1482, 24 ottobre. L’atto è fonte di interesse anche per quanto riguarda la ‘composizione’ del banco, dal momento che le competenze cedute da Mosè ad Ircio sono ricondotte a tre grandi categorie: capitale investito nel banco, pegni e libri dei debitori, utili ed usure maturati sui prestiti.

[64]. Ancora nel 1496, dopo l’espulsione degli ebrei dal Ducato di Milano seguita alla sentenza del 1488, gli abitanti di Rivolta indirizzavano una nuova petizione al duca per ottenere il ritorno temporaneo di Ircio (cfr. SIMONSOHN, The Jews, vol. II, cit., p. 931, n. 2257). Una nuova petizione è datata 20 dicembre 1497. Per altre notizie su Ircio di Rivolta cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., passim.

[65].   Si segnalano qui anche i casi di due ebrei cremaschi sfuggiti alle autorità locali attraverso la fuga nel dominio milanese, cfr. ASMi, Registri Ducali 126, p. 310 (il regesto è già in SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 210, n. 438), e ASMi, Carteggio Sforzesco, Potenze Sovrane 1634 (al documento si fa riferimento in GIOVANNI BATTISTA PICOTTI, D’una questione tra Pio II e Francesco Sforza per la ventesima sui beni degli ebrei, in “Archivio Storico Lombardo”, XL (1913), p. 15; per il regesto cfr. SIMONSOHN, The Jews, vol. I, cit., p. 674, n. 1623). Per altri trasferimenti a Crema dal Milanese cfr. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1480-1500, Crema, 1482, 9 dicembre, e ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1469-1487, Crema, 1482, 9 dicembre. Cfr. anche ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1489-1491, Crema, 1490, 28 aprile; ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1469-1512, Crema, 4 maggio 1490; Crema, 1490, 11 maggio; Crema, 1490, 11-12 maggio; Vailate, 1490, 12 maggio; Crema, 1490, 18 maggio; Crema, 1490, 1° luglio.

[66]. ROBERTO BONFIL, Aspetti di vita culturale ebraica a Cremona nel Cinquecento, in Gli ebrei a Cremona, cit., p. 20. Michele Luzzati è tra coloro che hanno sottolineato la produttività di un approccio basato sulla storia familiare dei personaggi più rilevanti della koinè ebraica italiana del Rinascimento (cfr. ad esempio LUZZATI, La circolazione, cit., e ID., Banchi e insediamenti ebraici nell’Italia centro-settentrionale fra tardo Medioevo e inizi dell’Età Moderna, in Gli ebrei in Italia, a cura di C. Vivanti, tomo 1: Dall’alto Medioevo all’età dei ghetti, Einaudi, Torino 1996, [Storia d’Italia, Annali, 11], pp. 172-235).

[67].   Cfr. EDI MINGUZZI, L’idea di struttura. Interpretazioni dello strutturalismo, Cuem, Milano 2002, p. 70 s.

[68]. ANNA ANTONIAZZI VILLA, Di un falso matrimonio. Note di vita ebraica nella Lombardia quattrocentesca, in “Studi di storia medioevale e di diplomatica”, IX, Cappelli, Bologna, 1987, p. 167, nota 11."

[69].   TOAFF, Il vino e la carne, cit., p. 10 s.

[70]. Per il fenomeno dei matrimoni fraudolenti nella società ebraica si veda per la Lombardia ANTONIAZZI VILLA, Di un falso matrimonio, cit., pp. 165-172; per l’area umbra cfr. TOAFF, Il vino e la carne, cit., pp. 33-37.

[71].   Ibidem, p. 23.

[72]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1480-1500, Crema, 1492, 18 maggio; il documento è trascritto nel- l’appendice a questo lavoro. Cfr. anche ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1488-1496, Crema, 1492, 18 maggio. Per Salomone di Aronne gallico cfr. sopra, nota 19. Per le ipotesi identificative su Viviano del fu Samuele da Spira, cfr. nota 18.

[73]. TOAFF, Il vino e la carne, cit., p. 23. L’autore fa riferimento a ROBERTO BONFIL, Aspects of the Social and Spiritual Life of the Jews in the Venetian territories at the Beginning of the XVIth Century, in “Zion”, XLI  (1976), pp. 71, 78-82.

[74]. Per un’indagine comparativa, occorre tuttavia tenere conto anche dei risultati dell’analogo studio compiuto per l’Umbria da Ariel Toaff, che dilatano da cinquanta a mille fiorini l’intervallo entro cui erano comprese le quote dotali. Cfr. TOAFF, Il vino e la carne, cit., p. 30-32, anche per i risultati offerti da Anna Esposito (cfr. ANNA ESPOSITO, Gli ebrei a Roma nella seconda metà del ‘400 attraverso i protocolli del notaio Giovanni Angelo Amati, in Aspetti e problemi della presenza ebraica nell’Italia centro-settentrionale (secoli XIV e XV), a cura di S. Boesch Gajano, in “Quaderni dell’Istituto di Scienze Storiche dell’Università di Roma” n. 2, Roma 1983, pp. 47-51, 81-85, 112 s., 117).

[75]. Ariel Toaff afferma infatti che “l’esame delle quote dotali costituisce un indice importante della distribuzione della ricchezza tra gli ebrei italiani in questo periodo” (TOAFF, Il vino e la carne, cit., p. 30).

[76].   LUZZATI, La Circolazione, cit., p. 38.

[77]. Cfr. MAYER, Una lapide ebraica, cit., pp. 56-59. È detto in particolare che la lapide fu ritrovata “nei terreni del ‘Cascinetto’, nei dintorni di Crema” (p. 57).

[78]. ACC, Registri Ducali 1, f. 54 v (il capitolo di riferimento è citato infra). Cfr. anche ALBINI, La comunità ebraica, cit., p. 385 e CANIDIO, Gli Ebrei a Crema, cit., p. 13.

[79].   TOAFF, Il vino e la carne, cit., p. 54.

[80].   ACC, Registri Ducali 1, f. 54 v.

[81]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1489, 21 ottobre. Il documento è proposto in regesto in appendice. Esso non si limita a un’indicazione generica, ma fornisce le coerenze del cimitero ebraico, che per le parti coinvolte dovevano costituire una modalità di individuazione inequivocabile del sito. La porta Pontefurio, aperta sul lato nord occidentale delle mura di Crema, aveva per lo più finalità strategiche; da una convenzione del 1361 risulta che “dalla pusterla pontis Furii si dipartiva la strata Vaprii per quam itur Vaylatem, di particolare importanza… per gli equilibri geopolitici e socio-economici della città di Crema e del suo territorio, in altre occasioni denominata anche come strata communis Creme od anche via Cremoxani” (VALERIO FERRARI, Per strade, acque e ponti: paesaggi rurali del Cremasco nella seconda metà del XIV secolo, in Crema nel Trecento. Conoscenza e controllo del territorio, a cura di F. Moruzzi, Biblioteca comunale di Crema, Crema 2005, p. 76). Più interessante però per l’identificazione del luogo indicato nell’atto del 1489 è, a mio avviso, un’altra via menzionata dalla convenzione trecentesca: la “strata qua itur a porta Pontis Furii ad brolum Raynaldi de Vayrano che […] non sembra conducesse ad alcun luogo di qualche rilevanza geografica…Lunga solo poche centinaia di metri […] pare dovesse inoltrarsi nella campagna più prossima alla città e, pertanto, servire sostanzialmente come accesso ai numerosi broli, orti, closi, braide, vinee, assiepati in questo spazio” (ibidem, p. 74 s.).

[82]. Per Leone di Bonaventura Ulivo da Brescia, banchiere cremasco intestatario della condotta degli anni Novanta, cfr. sopra, nota 9. Per Isacco di Mosè di Candia cfr. sopra, note 9 e 44. Il documento in oggetto permette qualche riflessione sulla struttura e l’organizzazione interna della comunità ebraica di Crema. In questa circostanza infatti Leone e Isacco, i due banchieri ‘condotti’ di Crema, agivano nelle vesti di garanti e custodi della comunità, che attraverso loro si esprimeva con spirito di corpo per tutelare uno degli ‘effetti’ più importanti del gruppo, il suo cimitero. I banchieri dunque rappresentavano membri scelti ai quali la comunità affidava le proprie istanze quan- do sentiva di dover esprimere compatta la sua volontà. Emblematico è un altro documento del 1493 (ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1480-1500, Crema, 1493, 19 febbraio), in cui lo stesso Isacco di Mosè difendeva gli interessi della comunità di fronte alle pretese degli ufficiali datiariorum mercantie Creme. L’atto informa anche delle tensioni che si svilupparono ai vertici della comunità per stabilire chi dovesse sobbarcarsi il contributo di trecento ducati ai lavori di fortificazione (fabrica scarpe), richiesto nel 1490 dal comune come condizione per la permanenza a Crema degli ebrei non intestatari di banco. La complessità della vicenda richiede ulteriori verifiche per chiarirne la genesi e lo sviluppo, perciò per ora mi limito a sottolineare il significato complessivo dell’episodio, che indica un insediamento ebraico con una struttura comunitaria e una stratificazione socia- le ben definite: un quadro mosso e vivo, dunque, non privo di tensioni interne.

[83]. Bernardino da Feltre vi era stato nel 1492 per ‘tenere a battesimo’ il neonato Monte, vi era tornato nel 1493 per verificare che l’istituto fosse in buona salute e, stando alle parole di Pietro da Terno, il 2 giugno 1496 frate Michele da Aqui vi aveva organizzato un’imponente raccolta di offerte, proprio all’indomani dell’approvazione dei capitoli del nuovo istituto (cfr. FRANCESCO SFORZA BENVENUTI, Storia di Crema, Atesa, Bologna 1985 (ristampa anastatica dell’edizione del 1859), p. 297 s.; PIETRO DA TERNO, Historia di Crema (570-1557), a cura di M. e C. Verga, s.n., Crema 1964, p. 244 ss.).

[84]. Mi riferisco in particolare alle pretese crescenti del comune verso gli ebrei, e alla limitazione progressiva della loro libertà cui si è assistito nella seconda metà del Quattrocento (cfr. sopra § 1).

[85].   TOAFF, Il vino e la carne, cit., p. 10.

[86].  ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Cremona, 1488, 29 maggio.

[87].   TOAFF, Il vino e la carne, cit., p. 196.

[88].   ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1495-1498, Crema, 1489, 26 marzo, e ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1489, 26 marzo.

[89].   Cfr. documento indicato alla nota 86.

[90].   Cfr. sopra § 3.

[91].   ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1487, 17 agosto. Per il regesto dell’atto cfr. appendice.

[92].   Ibidem.

[93].    Cfr. MAYER, Una lapide ebraica, cit., p. 58, nota 8.

[94]. Cfr. ARON  FREIMANN, Jewish Scribes in Medieval Italy, in A. Marx Jubilee Volume, New York 1950, p. 259. L’identificazione si deve ad Anna Antoniazzi Villa (cfr. ANTONIAZZI VILLA, Un pro- cesso, cit., p. 42, nota 40).

[95]. Il fenomeno interessò anche la famiglia Galli, da cui proveniva il più volte citato Salomone di Aronne Galli che nel 1492 era detto habitator Creme. Se le ipotesi di identificazione formulate al suo proposito sono esatte, vale la pena di ricordare che nel 1474 suo cugino Bonaventura di Dattilo di Vigevano aveva commissionato a Ferrara il cod. Br. Mus. 621, un Machazòr di rito italiano (cfr. FREIMANN, Jewish Scribes, cit., p. 245). A Luisella Mortara Ottolenghi si devono molti studi sulla produzione libraria in lingua ebraica di questo periodo, nella quale si trovarono ad operare fianco a fianco scribi ebrei e miniatori cristiani di grande valore. Il fatto viene assunto come espressione del clima di collaborazione che si dovette creare tra ebrei e cristiani in area lombarda nella seconda metà del Quattrocento. Cfr. anche MARIA LUISA GENGARO, FRANCESCA LEONI, GEMMA VILLA, Codici decorati e miniati dell’Ambrosiana. Ebraici e greci, Ceschina, Milano (1958?), pp. 45-55, tavv. XXX-XLVIII.

[96]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1487, 25 maggio, e Crema, 1487, 1° giugno. Per le osservazioni relative al significato di queste operazioni nel sistema caritativo e assistenziale cremasco (che tuttavia richiederanno ulteriori verifiche), cfr. STIFANI, La comunità ebraica, cit., cap. 4, § 3.

[97].   ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., p. 33. Non è escluso che una trascrizione ed un esame puntuale dei due brevi frammenti possa rivelare precise analogie, quando non addirittura l’esistenza di un formulario o di una prassi di scrittura seguita dai due prestatori.

[98].  ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1490, 28 gennaio.

[99].  ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1495-1498, Crema, 1490, 29 novembre.

[100]. Cfr. sopra § 4 per l’analisi del caso.

[101]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1469-1512, Crema, 1490, 4 maggio, e Vailate, 1490, 12 maggio.

[102]. ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1480-1500, Crema, 1482, 30 aprile; ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1469- 1487, Crema, 1485, 31 gennaio; ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1486, 29 novem- bre, e ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1469-1487, Crema, 1486, 29 novembre; ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505, Crema, 1487, 15 marzo; ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488, Crema, 1488, 23 gennaio; ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1489-1491, Crema, 1491, 4 luglio, e Crema, 1491, 25 novembre. Future indagini su questi documenti potranno consentire di formulare ipotesi sulla distribuzione degli insediamenti ebraici a Crema.

[103]. Cfr. sopra, § 5.

[104]. Cfr. ACC, Registri Ducali 1, ff. 53-56 r, passim.

APPENDICE

Documento 1

"Crema, 17 agosto 1487"

Jsach di Ferrara quondam Maer de Levi ebreus habitator Creme ha concesso in data 13 giugno – et die in ebreo vigesimosecundo mensis sivam anni, secundum ebreos, a creatione mundi quinquies mille ducenti quadragintaseptem – a Salomone del fu Anselmo de Levi, ebreus habitator Gavi, ogni diritto e facoltà d’uso sul banco di prestito feneratizio che egli detiene nella città di Como. Con questo atto Jsach, ad cautelam, trasferisce gli stessi diritti e facoltà al notaio rogante Matteo Bravio, che agirà in nome e per conto di Salomone. L’accordo, che ha validità dal 13 giugno appena trascorso al primo ottobre 1491, comprende la facoltà di avvalersi del banco in rapporto alla quota di partecipazione che Jsach aveva in precedenza ricevuto a Mandolino, quondam alterius Mandolini, ebreo de Como. Salomone potrà inoltre ad ipsum bancum publice fenerari et exercere per se, vel alios pro eo; potrà percepire tutti gli utili nel frattempo maturati sulla quota che era stata di Jsach, e a lui spettanti, e fare tutto ciò che era consentito a quest’ultimo secondo quanto continetur et scriptum est in carta una in ebreo. Tale documento era stato sottoscritto da due ebrei: Perezio del fu Josep de Alamania ed Israel Benedetto del fu Jsach Levi. Ad quam cartam, in omnibus et per omnia habeatur relatio ac si esset rogata et scripta et subscripta manu publici et legalis notarii *.

Il documento si conclude con la precisazione delle prerogative riconosciute al notaio in virtù del mandato affidatogli da Jsach di Ferrara.

"Collocazione: ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1483-1488."

"Bibliografia: ANTONIAZZI VILLA, Di un falso matrimonio, cit., p. 169, nota 18; EAD., Un processo, cit., p. 27, nota 21 e p. 42, nota 40.

* Sul margine sinistro del documento, in corrispondenza di questa frase è scritto: notatur quod praesens instrumentum extractum fuit post […] suprascriptam cartam in ebreo scriptam.

Documento 2

"Crema, 21 ottobre 1489"

"Aloisio, figlio di Faba de Blanco, dichiara di aver ottenuto dagli ebrei abitanti a Crema  –  qui rappresentati dai banchieri dominus Leon quondam domini Bonaventure de Ulivo ebrei et ser Jsach quondam Moisi de Candia, similiter ebreus – il diritto temporaneo di fabbricare colonellos lapideos, e di conservare alcuni fabbricati costruiti a ridosso del muratellus di proprietà degli ebrei che delimita la sua proprietà dal confinante cimitero ebraico. Il cimitero è situato extra et prope porte Pontis Furi Creme ed ha le seguenti coerenze: a mane dictus Alouixius, a meridie viazola, a sero Ghidinus de Parro et a monte de Clavellis. Aloisio potrà provvisoriamente porre sulle colonne due assi di legno a mo’ di tetto, così da sfruttare l’effetto di sostegno dei fabbricati addossati alla parete di confine. Aloisio promette agli ebrei e al notaio Matteo Bravio, per loro agente, di mantenere le opere in questo stato finché loro lo consentiranno, e di rimuoverle dal muro e abbatterle su loro richiesta."

"Collocazione: ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1473-1505."

Documento 3

"Crema, 18 maggio 1492"

Dos domine Lucretie ebree In Christi nomine. Anno eiusdem millesimo quadrigentessimo nonagesimo secundo, indictione decima, die decimo octavo maii. Creme, in offitio notarie mei notarius in vicinia platee porte Rivolte. In praesentia Alexandri Benzoni, Joannis domini Augusti Vimercati, Marci Cusatri et Alouixii Bassi testium vocatorum, nec non Marci Vimercati notarii, qui pro secundo notario rogatus extitit. Ibi, dominus magister Salomon quondam Aronis ebrei Gallici, habitator Creme, ad requisitionem mei notarii requirentis et recipientis nomine infrascripte domine Lucretie, confessus et protestatus fuit se usque de anno millesimo quadringentessimo octuagesimo septimo proxime praeterito habuisse et recepisse a Viviano quondam Samuelis ebrei de Spira, de Alemania, nunc habitatore in Apulia, dante et solvente nomine et occaxione dotis ipsius domine Lucretie filie sue, sponse et uxoris ipsius magistri Salomonis– et per ipsum, ut ibi asseruit anullo ac per verba tunc dicta, de praesenti legitime disponsate –, ducatos sexcentos auri in peccunia numerata. Exceptioni non habite, recepte, solute et numerate peccunie et dotis ac spei futuræ receptionis et numerationis et omni alii exceptioni et defensioni in contrarium renuntians, quare ipse dominus magister Salomon me notarium recipientem nomine dicte domine Lucretie, et per me notarium ipsam dominam Lucretiam, investivit de et super omnibus et singulis suis bonis, rebus et juris praesenti et futuro nomine, occaxione pronoris dotis et consurte, de et pro ipsis ducatis sexcentis auri, promittens, sub obligatione sui et omnium et singulorum bonorum, rerum, praesentium et futurorum, mihi notario stipulanti et recipienti nomine dicte mulieris, et per me notarium ipsi mulieri, quod ipsi domine Lucretie heredi, et cui dederat, solvet, dabit, reddet et resti- tuet dictam dotem in omnem casum, tempus et eventum dicte dotis petende, exigende et restituende, cum omni damno, dispensa, expensa et interesse proinde patiendo et substinendo. Et de qua dote et summa eius jdem dominus magister Salomon, nominato ebraicis"

"Ircio conscripto, dotem alias ipse domine Lucretie, ut asseruit, constituit."

"Collocazione: ASCLo, FN, nMBV, filza anni 1480-1500."


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